Dalle fotografie pubblicate su Instagram al fascicolo consegnato a un avvocato, fino alla denuncia depositata davanti alle autorità turche. È il percorso attraverso il quale cittadini israeliani che hanno prestato servizio nell’Idf e possiedono anche la cittadinanza turca vengono individuati, schedati e sottoposti a iniziative giudiziarie. A ricostruire il sistema è un nuovo rapporto del ministero israeliano per gli Affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo, secondo il quale dietro queste operazioni agisce una rete di associazioni e attivisti che ha progressivamente spostato il proprio obiettivo dalle campagne contro Israele alla ricerca dei singoli israeliani.
Il meccanismo parte quasi sempre dai social network. Freedom Watch Platform, in turco ÖzgürlükNöbetiPlatformu, esamina profili, fotografie, contatti e pagine legate anche alla comunità ebraica turca, cercando persone che possano avere servito nell’esercito israeliano. Una volta individuato il soggetto, vengono ricostruiti i legami familiari, analizzate immagini in uniforme e cercati elementi che possano rivelare reparto, periodo e caratteristiche del servizio militare. Le informazioni vengono quindi pubblicate e trasferite a legali incaricati di presentare denunce alle autorità di Ankara.
Il rapporto cita il caso di una ex soldatessa con doppia cittadinanza israeliana e turca individuata nel febbraio scorso. Gli attivisti sarebbero risaliti al suo servizio militare anche attraverso un post pubblicato dalla madre il giorno dell’arruolamento, per poi estendere la ricerca ad altri componenti della famiglia che avevano prestato servizio nell’Idf. Il materiale raccolto è stato infine reso pubblico e utilizzato per una denuncia.
La questione è arrivata anche in Parlamento. Nel febbraio 2026 la posizione dei cittadini turchi che hanno combattuto nelle forze israeliane è stata discussa ad Ankara e il 7 marzo è stata promossa un’azione giudiziaria contro alcuni titolari di doppia cittadinanza. Secondo il rapporto israeliano, Freedom Watch Platform avrebbe inoltre collaborato con HÜDA PAR, partito islamista turco di orientamento radicale, coinvolgendone anche la struttura legale.
Accanto alla piattaforma opera WOLAS, Worldwide Lawyers Association, associazione di avvocati e accademici con sede in Turchia, fondata nel 2016 e attiva nel campo del diritto internazionale e dei diritti umani. La stessa organizzazione dichiara pubblicamente di svolgere attività di monitoraggio e operazioni legali e nelle ultime settimane ha annunciato iniziative giudiziarie contro appartenenti alle forze israeliane.
Il passaggio più delicato riguarda proprio la trasformazione delle informazioni reperibili liberamente in rete in materiale destinato ai tribunali. Secondo i documenti esaminati dal ministero israeliano, WOLAS avrebbe cercato di costituire un archivio nominativo dei militari israeliani con cittadinanza turca, così da utilizzare fotografie, dati anagrafici e informazioni sul servizio come base per procedimenti penali.
La rete descritta dal rapporto comprende contatti con numerose organizzazioni attive nella campagna internazionale contro Israele, tra cui IHH, Al-Haq, Mavi Marmara, Freedom Flotilla e Al-Mezan. Alcune di esse hanno uno status particolarmente controverso. Israele ha designato Al-Haq come organizzazione terroristica nel 2021, sostenendo che operi come struttura collegata al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, e considera la turca IHH parte della rete di sostegno ad Hamas.
Il fenomeno si inserisce in un deterioramento molto più ampio dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme dopo il 7 ottobre. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha assunto posizioni sempre più aggressive verso Israele, mentre Hamas ha continuato a godere in Turchia di una libertà di movimento che da anni suscita le proteste israeliane. Per Gerusalemme, il salto di qualità consiste ora nel passaggio dalla pressione politica e diplomatica alla ricerca sistematica degli individui.