Hezbollah continua ad attaccare Israele anche quando le armi tacciono. Il fronte è quello informatico, meno visibile di missili e droni e ormai stabilmente inserito nell’arsenale del movimento sciita libanese. Secondo nuovi dati delle Forze di difesa israeliane, durante la guerra sono stati registrati oltre 600 tentativi di attacco informatico attribuiti a Hezbollah, in un quadro nel quale l’Iran svolge un ruolo decisivo per capacità tecnologiche, coordinamento e sostegno ai gruppi che operano nella regione.
Finora Hezbollah non sarebbe riuscito a ottenere risultati significativi contro i sistemi israeliani, secondo la valutazione dell’Idf. Il dato, tuttavia, descrive soltanto una parte del problema. Per Teheran e i suoi alleati il cyberspazio offre la possibilità di proseguire lo scontro indipendentemente dall’andamento delle operazioni militari, mantenendo una pressione costante sul nemico e cercando vulnerabilità che, una volta individuate, possono consentire di colpire strutture civili, imprese, amministrazioni o infrastrutture strategiche.
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha accelerato questa trasformazione. Già nel 2025 la Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza aveva segnalato che l’intensità degli attacchi provenienti dall’Iran e dai gruppi a esso collegati era triplicata rispetto al periodo precedente al conflitto. Hezbollah partecipava a questa offensiva insieme a gruppi iraniani e ad altre sigle che spesso rendono difficile stabilire immediatamente la provenienza di un’operazione.
La collaborazione fra Teheran e il movimento libanese ha precedenti concreti. Nel novembre 2023 un attacco contro lo Ziv Medical Center di Safed, attribuito dalle autorità israeliane all’Iran e al gruppo Lebanese Cedar legato a Hezbollah, riuscì a sottrarre informazioni mediche sensibili, pur senza compromettere il funzionamento dell’ospedale. È il genere di operazione che mostra quanto il confine tra obiettivo militare e civile diventi sottile nella guerra informatica.
La pressione è aumentata ulteriormente nel 2026. Yossi Karadi, direttore generale della Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza, ha riferito che nel giugno di quest’anno Israele ha registrato circa 4.800 incidenti informatici ostili riconducibili all’Iran, contro i circa 1.600 dello stesso mese del 2025. Gli obiettivi comprendevano infrastrutture critiche, organismi pubblici, aziende e studi professionali. Le difese delle strutture strategiche hanno retto, mentre organizzazioni meno protette hanno subito in alcuni casi la cancellazione di dati e la compromissione dei sistemi.
È proprio questa differenza di resistenza a rendere il cyber uno strumento particolarmente adatto alla strategia iraniana. Un attacco informatico costa relativamente poco, può essere condotto attraverso intermediari e permette di sperimentare migliaia di intrusioni alla ricerca dell’anello più debole. Inoltre rende più complicata l’attribuzione immediata della responsabilità e consente di mantenere lo scontro sotto la soglia che provocherebbe automaticamente una risposta militare.
A modificare ulteriormente l’equilibrio sta intervenendo l’intelligenza artificiale. Gli strumenti di AI possono accelerare la ricerca delle vulnerabilità, migliorare le campagne di phishing, automatizzare alcune fasi degli attacchi e rendere più credibili messaggi costruiti per ingannare le vittime. Il fenomeno riguarda ormai l’intero settore della sicurezza informatica e permette anche a gruppi con competenze tecniche limitate di utilizzare strumenti che fino a pochi anni fa richiedevano capacità molto più sofisticate.
Israele sta adattando di conseguenza la propria difesa. L’Idf impiega la Cyber Defense Brigade della Direzione C4I insieme agli altri organismi di sicurezza, con centri operativi dedicati, intelligence e squadre incaricate di simulare le tecniche degli aggressori per individuare preventivamente i punti vulnerabili.
Il dato dei 600 tentativi attribuiti a Hezbollah assume così un significato che supera il numero degli attacchi. Il movimento libanese, indebolito militarmente e sottoposto a una forte pressione israeliana, conserva uno strumento con il quale può continuare a colpire a distanza e con rischi molto inferiori rispetto a un confronto convenzionale. Come ha osservato Karadi parlando dell’offensiva iraniana, nel cyberspazio il cessate il fuoco semplicemente non esiste.