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Usa. In Medio Oriente fino al 2027

Il Pentagono prolunga le missioni contro l’Iran mentre cresce l’allarme dei vertici militari per l’usura di uomini, navi e sistemi di difesa

Shira Navon

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Usa. In Medio Oriente fino al 2027
Iimmagine generata con AI

Gli Stati Uniti si preparano a mantenere decine di migliaia di militari in Medio Oriente ben oltre la fine dell’anno e, per alcune unità, fino al 2027. Mentre Donald Trump valuta se ridurre l’intensità dello scontro con l’Iran affidandosi soprattutto alla pressione economica, il Pentagono sta prolungando le missioni di uomini e mezzi schierati nella regione per garantire al presidente la possibilità di ordinare nuovi attacchi in qualsiasi momento.

Secondo il Wall Street Journal, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha esteso la permanenza di diverse unità, confermando una presenza americana che oggi comprende circa 50 mila militari, 19 navi da guerra, reparti di difesa aerea, squadroni da combattimento e forze aviotrasportate. Alcuni contingenti che avrebbero dovuto operare altrove sono stati trattenuti in Medio Oriente oltre i tempi previsti.

La dimensione dello schieramento indica quanto Washington consideri ancora aperta la partita con Teheran. Le forze americane devono intercettare missili e droni iraniani, proteggere la navigazione commerciale e mantenere la capacità di colpire rapidamente obiettivi in Iran qualora Trump decidesse una nuova escalation. La USS George Washington ha raggiunto recentemente la regione, sostituendo la USS Abraham Lincoln dopo una missione eccezionalmente lunga.

Dietro questa potenza militare comincia però a emergere un problema che riguarda la sostenibilità dell’operazione. Le missioni prolungate stanno mettendo sotto pressione soprattutto la Marina e i reparti di difesa aerea. Equipaggi e unità rimangono lontani dalle basi per periodi superiori a quelli programmati, mentre aumentano i ritardi nella manutenzione e diventa più difficile garantire la normale rotazione delle forze.
Per alcuni reparti antiaerei, impegnati nell’intercettazione di missili e droni iraniani, una missione prevista inizialmente per nove mesi è stata portata a dodici. Altre unità trasferite da precedenti destinazioni in Europa o nel Pacifico sono ormai in Medio Oriente da oltre un anno. Il problema riguarda anche le navi, sottoposte a cicli operativi molto più lunghi del normale.

Le preoccupazioni sono arrivate direttamente ai vertici del Pentagono. Un rapporto del Washington Post, basato su una valutazione militare classificata del 14 agosto, ha rivelato che diversi alti comandanti hanno contestato la prosecuzione dello schieramento ai livelli attuali. Il timore è che la concentrazione di uomini, navi, aerei e sistemi d’arma in Medio Oriente riduca la capacità degli Stati Uniti di reagire a crisi contemporanee in altre aree del mondo.

La questione investe direttamente il Pacifico, dove Washington considera la Cina la principale sfida strategica di lungo periodo, e l’Europa, dove la presenza americana continua a essere legata alla deterrenza nei confronti della Russia. Anche la capacità di difendere il territorio degli Stati Uniti figura tra le preoccupazioni espresse dai vertici militari.

La guerra contro l’Iran sta così imponendo al Pentagono una scelta che va ben oltre il Medio Oriente. Ogni portaerei trattenuta nella regione, ogni batteria antiaerea sottratta a un’altra destinazione e ogni squadrone mantenuto in allerta riducono il margine disponibile altrove. Brian Clark, ex ufficiale della Marina americana e analista dell’Hudson Institute, ha osservato che Washington sta sostanzialmente scommettendo sul fatto che l’Iran continuerà a rappresentare il principale centro dell’impegno militare americano anche nel prossimo anno.

Trump, intanto, sembra voler tenere aperte entrambe le possibilità. Da una parte considera la pressione economica uno strumento capace di costringere Teheran a cedere sul programma nucleare; dall’altra continua a rivendicare la possibilità di ricorrere nuovamente alla forza. Lo scontro nello Stretto di Hormuz e le periodiche azioni militari dimostrano quanto sia fragile qualsiasi ipotesi di stabilizzazione.

Sul presidente pesa anche l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato di novembre. Alcuni consiglieri della Casa Bianca temono che un’ulteriore escalation possa danneggiare i repubblicani, mentre il costo politico ed economico della guerra comincia a farsi sentire negli Stati Uniti. Trump ha assicurato che le considerazioni elettorali non condizionano le sue decisioni militari.

Il Pentagono, nel frattempo, programma su tempi molto più lunghi. Alcuni reparti dell’82ª Divisione aviotrasportata potrebbero rimanere nella regione fino al 2027 e anche l’Aeronautica sta preparando missioni prolungate. È il segnale più concreto di una guerra che Washington può scegliere di rallentare, ma dalla quale l’apparato militare americano non prevede ancora di potersi disimpegnare.