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Il Pentagono teme le spie israeliane e la crisi tra Trump e Netanyahu viene allo scoperto

Secondo una ricostruzione di NBC News, la Difesa americana avrebbe elevato Israele al livello massimo di rischio controspionaggio

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Il Pentagono teme le spie israeliane e la crisi tra Trump e Netanyahu viene allo scoperto

Dietro la solidità apparente dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele si starebbe consumando uno dei momenti di maggiore diffidenza reciproca degli ultimi anni. Una ricostruzione pubblicata da NBC News sostiene infatti che il Pentagono abbia elevato Israele al livello più alto della propria scala interna di minaccia controspionaggio, classificandolo come rischio “critico” per la sicurezza delle informazioni sensibili americane.

La notizia, immediatamente smentita sia dalla Casa Bianca sia dall’ambasciata israeliana a Washington, arriva in una fase particolarmente delicata dei rapporti tra il presidente Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu, divisi dalla gestione della crisi con l’Iran e dall’evoluzione del conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano.

Secondo NBC, che cita funzionari americani in servizio ed ex funzionari dell’amministrazione, la Defense Intelligence Agency avrebbe diffuso nelle ultime settimane una comunicazione interna accompagnata da un dossier di sette pagine nel quale vengono elencati diversi episodi che avrebbero alimentato la preoccupazione degli apparati di sicurezza statunitensi. Le fonti non precisano quali siano questi episodi né indicano un singolo evento scatenante, ma sostengono che le attività di raccolta informativa attribuite a Israele avrebbero superato il livello normalmente tollerato tra Paesi alleati.

Si tratta di un’accusa estremamente sensibile perché tocca uno dei nervi più scoperti del rapporto tra Washington e Gerusalemme. Gli Stati Uniti e Israele condividono ogni giorno enormi quantità di informazioni di intelligence, collaborano sul piano militare e coordinano numerose attività di sicurezza. Proprio per questo motivo eventuali sospetti di spionaggio reciproco assumono una rilevanza politica molto superiore rispetto a quella che avrebbero tra Paesi meno strettamente legati.

La reazione israeliana è stata immediata e categorica. Un portavoce dell’ambasciata israeliana negli Stati Uniti ha definito il rapporto di NBC “completamente falso”, affermando che Israele non conduce attività di intelligence contro enti americani né contro funzionari del governo degli Stati Uniti. Secondo la stessa dichiarazione, gli sforzi dell’intelligence israeliana sono rivolti contro nemici e avversari strategici e non contro alleati.

Anche la Casa Bianca ha respinto il contenuto dell’articolo. Un funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato all’emittente che l’intera ricostruzione sarebbe falsa e basata su fonti prive di conoscenza diretta dei fatti. Il Pentagono, dal canto suo, ha scelto di non commentare.

La vicenda riporta inevitabilmente alla memoria il caso Jonathan Pollard, il più grave scandalo di spionaggio mai esploso tra i due Paesi. Nel 1985 Pollard, allora analista dell’intelligence della Marina americana, venne arrestato con l’accusa di avere trasmesso informazioni riservate a Israele. Condannato all’ergastolo, trascorse trent’anni in carcere prima di essere liberato nel 2015. Quell’episodio lasciò ferite profonde nei rapporti tra i servizi dei due Paesi e portò Israele ad assumere formalmente l’impegno di non condurre operazioni di intelligence sul territorio americano.

Proprio per questo motivo le rivelazioni attribuite a NBC hanno provocato particolare attenzione negli ambienti diplomatici e della sicurezza.

Dietro la vicenda emerge però anche il deterioramento del rapporto politico tra Trump e Netanyahu. Da settimane circolano indiscrezioni su divergenze significative riguardo alla strategia da adottare nei confronti dell’Iran. Netanyahu continua a considerare prioritario il contenimento militare e strategico di Teheran, mentre Trump appare più interessato a verificare la possibilità di un accordo diplomatico che riduca il rischio di un conflitto regionale più ampio.

Le tensioni si sono riflesse anche sul fronte libanese. L’amministrazione americana avrebbe esercitato pressioni affinché Israele evitasse un’ulteriore escalation contro Hezbollah, mentre il governo israeliano ritiene indispensabile mantenere una forte pressione militare sul movimento sciita sostenuto dall’Iran.A rendere ancora più evidente il clima difficile è stata la conferma da parte dello stesso Trump di una telefonata particolarmente dura con Netanyahu. Il presidente americano ha ammesso di aver usato espressioni pesanti nei confronti del premier israeliano, pur precisando di rispettarlo e di continuare a lavorare bene con lui.

Per il momento nessuna prova pubblica conferma le accuse contenute nel rapporto di NBC. Resta però il fatto che la sola comparsa di una simile ricostruzione in una fase di attrito politico tra Washington e Gerusalemme rappresenta un segnale significativo. Anche le alleanze più solide attraversano momenti di sospetto e tensione, soprattutto quando sul tavolo ci sono dossier come il programma nucleare iraniano, la guerra in Libano e il futuro equilibrio strategico del Medio Oriente.

Finché non emergeranno elementi concreti sarà impossibile stabilire se la vicenda sia il riflesso di reali preoccupazioni dell’apparato di sicurezza americano oppure l’ennesimo episodio di una battaglia politica e burocratica combattuta dietro le quinte del potere. In ogni caso, il semplice fatto che l’argomento sia arrivato al centro del dibattito pubblico mostra quanto la relazione tra Trump e Netanyahu stia attraversando una fase di forte turbolenza.