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A Nova gli ambasciatori scoprono il 7 ottobre

Sei diplomatici accreditati all’ONU visitano Israele. Dal luogo del massacro alle eccellenze mediche, un viaggio che cambia lo sguardo sul Paese

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
A Nova gli ambasciatori scoprono il 7 ottobre
Iimmagine generata con AI

«Adesso capisco davvero quello che avete vissuto il 7 ottobre». Muhammadou Kah, ambasciatore del Gambia presso le Nazioni Unite a Ginevra, lo dice dopo aver visitato il luogo del massacro del Nova Festival. Davanti alle fotografie dei ragazzi uccisi, alle tracce lasciate dall’assalto di Hamas e al racconto di chi è riuscito a salvarsi, la distanza della diplomazia internazionale si riduce improvvisamente. Per Kah ciò che è accaduto lì è «inconcepibile».

Il diplomatico gambiano fa parte di una delegazione di sei ambasciatori presso le istituzioni dell’ONU a Ginevra arrivata questa settimana in Israele su iniziativa del ministero degli Esteri. Provengono da Gambia, Zambia, Etiopia, Panama, Figi e Mongolia, Paesi geograficamente e politicamente molto diversi, scelti anche nell’ambito dello sforzo israeliano per ampliare il dialogo con Stati che spesso, nei grandi organismi internazionali, conoscono il conflitto soprattutto attraverso le discussioni e le risoluzioni delle Nazioni Unite.

Ad accompagnarli è Daniel Meron, rappresentante permanente di Israele presso l’ONU e le organizzazioni internazionali a Ginevra. Il viaggio li ha portati nel sud del Paese, a Nahal Oz, al memoriale del Nova e a Sderot, quindi nel nord, a Tel Aviv e a Gerusalemme. Un itinerario costruito per mostrare ciò che Israele ha vissuto dal 7 ottobre 2023 e, insieme, il Paese che ha continuato a funzionare durante quasi tre anni di guerra.

La tappa più difficile è stata inevitabilmente quella del Nova. Gli ambasciatori hanno ascoltato la testimonianza di una sopravvissuta che ha raccontato come riuscì a salvarsi fingendosi morta mentre intorno a lei venivano massacrate decine di persone. Alcuni diplomatici hanno pianto. Per uomini abituati a discutere di Israele nelle sale delle Nazioni Unite, quel luogo ha trasformato numeri, rapporti e formule diplomatiche in corpi, famiglie e vite spezzate.

Kah, musulmano, durante la permanenza in Israele ha anche pregato nella moschea di Al-Aqsa. A Sderot ha visitato un centro tecnologico specializzato nella gestione delle catastrofi ed è rimasto particolarmente colpito dai sistemi di realtà virtuale utilizzati per simulare terremoti e preparare gli interventi d’emergenza. Ha annunciato l’intenzione di presentare alcune di queste tecnologie anche alle Nazioni Unite.

Ancora più concreta è stata la reazione dell’ambasciatore delle Figi, LaitiaTamata. Dopo aver visitato le comunità israeliane vicine alla Striscia di Gaza ha annunciato di voler chiedere al proprio governo l’invio di ingegneri figiani per contribuire alla ricostruzione dei kibbutz devastati. Israele, ha osservato, ha aiutato in passato il suo Paese ed è arrivato il momento di pensare a una forma di reciprocità.

Il viaggio ha mostrato anche un’altra faccia di Israele. Nell’associazione Save a Child’s Heart gli ambasciatori hanno incontrato bambini provenienti dai loro stessi Paesi e curati gratuitamente per gravi patologie cardiache, insieme a medici africani che stanno completando in Israele la propria formazione specialistica. È stato il secondo momento, racconta Meron, in cui alcuni membri della delegazione si sono commossi.

Proprio questo contrasto costituisce il senso politico dell’iniziativa israeliana. Nei palazzi dell’ONU Israele viene discusso quasi quotidianamente attraverso Gaza, occupazione, guerra e risoluzioni di condanna. Gerusalemme tenta di riportare dentro quella discussione il 7 ottobre, la minaccia alla propria sicurezza e ciò che il Paese offre attraverso tecnologia, medicina e cooperazione internazionale.

Meron invita tuttavia a evitare illusioni. Una visita di pochi giorni difficilmente modificherà da sola il voto di sei governi nelle sedi delle Nazioni Unite. Gli interessi nazionali, le alleanze regionali e gli equilibri diplomatici continuano a pesare molto più delle impressioni personali di un ambasciatore.

Qualcosa, però, può cambiare prima ancora del voto. Dopo Nova, Nahal Oz e Sderot, quei diplomatici torneranno a Ginevra avendo visto direttamente ciò di cui discuteranno. È poco rispetto alla forza degli schieramenti internazionali, ed è precisamente il terreno sul quale Israele oggi cerca di recuperare spazio. Per capire un Paese occorre qualche volta uscire dalla sala dell’ONU e andare a vedere il luogo in cui tutto è cominciato.