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Giordania sotto il fuoco iraniano, il prezzo dell’alleanza con Washington

Missili e droni colpiscono il regno hashemita, che per mesi ha scelto la cautela. Ora Amman alza la voce contro Teheran

Shira Navon

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Giordania sotto il fuoco iraniano, il prezzo dell’alleanza con Washington
Iimmagine generata con AI

La Giordania è diventata uno dei fronti più delicati dello scontro con l’Iran. Un fronte particolare, perché Amman cerca da mesi di evitare proprio questa definizione. Il regno hashemita ospita forze americane, collabora strettamente con Washington ed è un tassello essenziale dell’architettura di sicurezza occidentale in Medio Oriente. Tutto questo, però, lo espone direttamente alla rappresaglia iraniana.

Il 2 settembre le forze armate giordane hanno annunciato che tredici missili balistici iraniani erano penetrati nello spazio aereo del Paese. Dieci sono stati intercettati, tre sono caduti lontano dai centri abitati. Due giorni prima, il 31 agosto, le difese aeree avevano abbattuto altri otto missili. A questi episodi si aggiungono attacchi con droni e segnalazioni, ancora da verificare, di tentativi di colpire installazioni utilizzate dalle forze statunitensi.

Per lungo tempo la risposta di Amman è stata improntata a una prudenza quasi esasperata. Il re Abdullah II sa di governare un Paese fragile, stretto fra Israele, Siria, Iraq e Arabia Saudita, con un’economia debole e una popolazione attraversata da forti tensioni politiche. Aprire uno scontro diretto con Teheran significherebbe aggiungere un rischio enorme a un equilibrio già difficile.

Eppure proprio la collocazione geografica della Giordania, insieme alla sua stabilità, l’ha resa indispensabile per gli Stati Uniti. L’accordo di cooperazione militare firmato nel 2021 consente alle forze americane l’accesso a dodici installazioni nel regno. La base aerea Muwaffaq Salti è diventata uno snodo logistico di grande importanza, utilizzato da velivoli da trasporto C-17 e da decine di aerei da combattimento.

Il rapporto con Washington viene da lontano. Da quando è salito al trono nel 1999, Abdullah ha consolidato il legame costruito dal padre Hussein. La Giordania fornì sostegno logistico e d’intelligence durante l’invasione dell’Iraq del 2003 e successivamente partecipò alla coalizione contro lo Stato islamico in Siria e Iraq. L’appoggio americano, inoltre, pesa in maniera decisiva sui conti del regno. Secondo le stime citate da Ynet, circa 1,47 miliardi di dollari, almeno l’8 per cento del bilancio annuale giordano, arrivano direttamente dagli Stati Uniti.

È precisamente questa alleanza a trasformare oggi la Giordania in un bersaglio. David Schenker, del Washington Institute for Near East Policy ed ex responsabile per il Medio Oriente al dipartimento di Stato, ha sintetizzato il problema con chiarezza: la Giordania offre profondità strategica alle operazioni contro l’Iran e proprio per questo diventa vulnerabile. Colpire le installazioni presenti sul suo territorio significa esercitare pressione anche sulla monarchia.

Per Amman la minaccia iraniana, del resto, precede l’attuale guerra. La corte hashemita guarda da anni con crescente preoccupazione alle milizie sciite sostenute da Teheran in Iraq, alle organizzazioni armate palestinesi e alle reti di contrabbando di droga e armi provenienti dalla Siria. La stabilità della monarchia è considerata una posta strategica, e Abdullah ha sempre cercato negli Stati Uniti la principale garanzia contro questi pericoli.

Negli ultimi giorni, però, qualcosa è cambiato. Dopo settimane di estrema cautela, il ministro degli Esteri Ayman al-Safadi ha accusato apertamente l’Iran di attaccare la Giordania e altri Paesi della regione. Ha ricordato che Amman e gli Stati arabi colpiti non erano parte della guerra quando sono cominciati gli attacchi iraniani e ha rivendicato il diritto del regno ad adottare ogni misura necessaria per difendere sovranità, sicurezza e popolazione.

La replica del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivata rapidamente. Teheran sostiene di reagire alle operazioni americane e contesta ai Paesi arabi di mettere territorio, spazio aereo e infrastrutture a disposizione di Washington.

È qui che si trova il dilemma giordano. Abdullah ha costruito per un quarto di secolo la sicurezza del regno sull’alleanza con gli Stati Uniti. Oggi quell’alleanza continua a proteggerlo e, nello stesso momento, attira i missili iraniani. La prudenza di Amman nasce da questa contraddizione. Ma più Teheran insiste, più diventa difficile continuare a incassare in silenzio.