Poche settimane prima del 7 ottobre 2023 Yahya Sinwar avrebbe fatto arrivare a Israele un messaggio difficilmente equivocabile. Hamas stava preparando una «sorpresa dal paese delle sorprese», un’operazione terribile, una «scossa di terremoto». L’avvertimento, secondo una nuova ricostruzione pubblicata da Haaretz, raggiunse lo Shin Bet il 15 settembre. E, stando alla stessa inchiesta, persino il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente Benjamin Netanyahu che Sinwar stava preparando qualcosa di enorme.
L’ufficio del primo ministro nega che quella conversazione sia mai avvenuta e Netanyahu ha annunciato un’azione legale contro Haaretz e il giornalista Shlomi Eldar. È dunque necessario tenere separata questa controversa rivelazione da quanto è già documentato. Il problema, tuttavia, è che l’eventuale avvertimento emiratino si inserirebbe in una sequenza impressionante di informazioni, dichiarazioni e preparativi di Hamas che Israele conosceva e che non riuscì a interpretare correttamente.
Il caso più clamoroso resta il piano che l’intelligence israeliana aveva chiamato «Jericho Wall». Il documento, di una quarantina di pagine e acquisito più di un anno prima del massacro, descriveva un attacco che somiglia in maniera inquietante a quello poi realizzato. Un massiccio lancio di razzi, droni per neutralizzare i sistemi di sorveglianza della barriera, incursioni attraverso il confine, assalto alle basi militari e alle comunità israeliane, presa di ostaggi. Il piano fu studiato e fatto circolare negli apparati di sicurezza, ma giudicato troppo ambizioso rispetto alle capacità attribuite a Hamas.
Era la convinzione che dominava l’analisi israeliana. Hamas voleva denaro, permessi di lavoro per i gazawi, alleggerimento delle restrizioni. Aveva interesse a governare Gaza e a conservare il potere. Era quindi considerato deterrente e poco disposto a rischiare una guerra su vasta scala.
Sinwar aveva capito perfettamente quella convinzione e la alimentava. La scelta di Hamas di rimanere ai margini di alcune precedenti escalation con Israele contribuì a rafforzare l’idea che l’organizzazione stesse diventando più pragmatica. Intanto preparava l’attacco.
Persino le sue dichiarazioni pubbliche offrivano elementi che, riletti oggi, appaiono molto meno oscuri. Nel settembre 2021 Hamas patrocinò a Gaza una conferenza dedicata alla «Promessa dell’aldilà», nella quale si discusse concretamente di come amministrare la Palestina dopo la scomparsa di Israele. Furono affrontate questioni riguardanti il governo, le istituzioni, i beni israeliani e persino il destino della popolazione ebraica che fosse rimasta sul territorio. Due anni dopo, quelle discussioni sembrano assai meno simili a esercizi ideologici.
Anche il tema degli ostaggi e dei prigionieri palestinesi ricorreva continuamente nelle minacce dei vertici di Hamas. Sinwar, Mohammed Deif, Marwan Issa e Rouhi Mushtaha avevano più volte indicato la liberazione dei detenuti come un obiettivo centrale. Nel dicembre 2022 Sinwar avvertì pubblicamente che, se i negoziati non avessero prodotto risultati, Hamas avrebbe cercato di liberarli «in altri modi». Nello stesso discorso utilizzò anche l’immagine del «diluvio», che sarebbe poi entrata nel nome scelto da Hamas per l’attacco del 7 ottobre, «Diluvio di Al-Aqsa».
Il punto decisivo è proprio questo. La strategia dell’inganno e le minacce di Hamas potevano convivere perché Sinwar aveva compreso come Israele lo guardava. Poteva mostrare una parte delle proprie intenzioni sapendo che sarebbero state reinterpretate secondo uno schema ormai consolidato. Ogni concessione ottenuta avrebbe permesso ad Hamas di guadagnare tempo, risorse e consenso; se le condizioni fossero cambiate, l’opzione militare sarebbe rimasta disponibile.
Il 7 ottobre ha quindi lasciato a Israele una lezione che riguarda qualcosa di più profondo della raccolta delle informazioni. Un servizio d’intelligence può possedere documenti, intercettare messaggi, osservare esercitazioni e conoscere i piani dell’avversario. Tutto questo serve poco quando ogni elemento viene adattato a ciò che si è già deciso di credere.
La nuova rivelazione sulla «scossa di terremoto» dovrà essere accertata, soprattutto per stabilire se Netanyahu ricevette davvero l’avvertimento attribuito al presidente emiratino. Il resto del quadro, però, è già sufficientemente grave. Hamas aveva parlato, scritto, pianificato e provato. Israele aveva visto molto di tutto questo. Il disastro nacque anche dall’incapacità di considerare possibile ciò che si aveva davanti agli occhi.