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Rosh HaShanà: il coraggio di ricominciare

Memoria, responsabilità e teshuvà nel passaggio al nuovo anno ebraico, mentre lo shofar invita a trasformare le fratture del presente nella possibilità di un nuovo inizio

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Rosh HaShanà: il coraggio di ricominciare
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Rosh HaShanà, il Capodanno ebraico, che quest’anno cade sabato 12 e domenica 13 settembre, conserva da millenni una forza spirituale particolare. Non celebra semplicemente il passaggio da un anno all’altro e non affida l’inizio del nuovo anno all’euforia di una festa. Non ci sono fuochi d’artificio, né un conto alla rovescia festoso. Il nuovo anno comincia, piuttosto, con un invito a fermarsi, ricordare, ascoltare e interrogarsi su ciò che è stato e sulla direzione che vogliamo dare al tempo che viene.

Ci sono anni che si lasciano alle spalle con leggerezza e altri che continuano a pesarci addosso. Quello che si conclude appartiene certamente ai secondi. Abbiamo attraversato mesi segnati da guerre e conflitti, da violenze e sopraffazioni, da un antisemitismo tornato a manifestarsi apertamente e con inquietante disinvoltura. Abbiamo assistito al progressivo isolamento di Israele, alle paure e alle incertezze sul suo futuro, alle violenze contro le donne, alle discriminazioni e ai soprusi. E accanto alle tragedie che conquistano le prime pagine ce ne sono altre, più silenziose: solitudini, fragilità e paure che raramente diventano notizia, ma che fanno parte della vita delle persone.È dentro questo tempo difficile che arriva Rosh HaShanà.

Una delle sue denominazioni è Yom HaZikaron, il “giorno del ricordo”. Il ricordo, nell’ebraismo, non è soltanto un esercizio rivolto al passato. È un atto che obbliga a dare significato a ciò che è accaduto e, proprio per questo, riguarda anche il presente e il futuro.

A Rosh HaShanà ricordiamo ciò che abbiamo vissuto, le nostre azioni, le occasioni colte e quelle perdute. Ricordiamo le persone care che non ci sono più e ciò che abbiamo condiviso con loro. Ma ricordiamo anche il mondo nel quale abbiamo vissuto durante l’anno che si conclude, perché nessun bilancio individuale può essere completamente separato dalla storia collettiva.Rosh HaShanà non ci chiede, tuttavia, di rimanere prigionieri del passato. Ci chiede di attraversarlo per poter guardare avanti con maggiore consapevolezza e assumere l’impegno di non ricadere negli stessi errori.

Nel calendario ebraico il nuovo anno arriva dopo Tishà BeAv, il giorno nel quale si ricordano alcune delle grandi tragedie della storia ebraica. Il passaggio dalla memoria della distruzione all’inizio di un nuovo anno suggerisce che il rinnovamento non nasce dalla cancellazione di ciò che è stato. Per ricominciare occorre riconoscere anche il dolore, conservarne la memoria e cercare di comprenderne il significato.

Con Rosh HaShanà iniziano gli Aseret YemèTeshuvà, i dieci giorni che conducono a Yom Kippur, il giorno dell’espiazione e del perdono.Teshuvà viene abitualmente tradotta con “pentimento”, ma il suo significato è innanzitutto quello di “ritorno”: tornare a sé stessi, riesaminare le proprie scelte, correggere una direzione e riparare, quando è ancora possibile, ciò che è stato danneggiato.

Questo processo riguarda ciò che abbiamo fatto, ma anche ciò che abbiamo omesso di fare. La responsabilità non si misura soltanto attraverso le azioni compiute. Esistono anche i silenzi, le occasioni nelle quali avremmo potuto intervenire e non lo abbiamo fatto, le parole che avremmo potuto pronunciare, le persone che avremmo potuto aiutare, le ingiustizie davanti alle quali abbiamo preferito guardare altrove.
È una riflessione che riguarda il singolo, ma inevitabilmente anche la società. Perché l’indifferenza non è mai completamente neutrale: lascia spazio a ciò che avremmo potuto contrastare.

Al centro di Rosh HaShanà c’è il suono antichissimo dello shofar, il corno di montone che richiama anche la legatura di Isacco e la grande prova narrata dalla Torah.

I suoni dello shofar hanno forme diverse: teqià è un suono lungo e integro; shevarim è composto da suoni spezzati; teruà da note brevi e frammentate. Nella successione rituale, ai suoni spezzati segue nuovamente la teqià. È possibile leggervi anche un’immagine dell’esperienza umana: l’integrità, la frattura e, infine, la possibilità di ricomporre ciò che si è spezzato.

Anche la forma stessa dello shofar, stretto all’imboccatura e più largo all’uscita, richiama un’immagine profondamente radicata nella tradizione ebraica: il passaggio dalla ristrettezza all’apertura. Nel Salmo 118,5 leggiamo: “Dalla ristrettezza ho invocato il Signore; mi ha risposto nell’ampiezza”.

La ristrettezza non è soltanto quella delle circostanze esterne. Può essere la paura, l’angoscia, il pregiudizio, l’incapacità di vedere l’altro, ma anche la convinzione che nulla possa cambiare. L’apertura non cancella ciò che è accaduto, ma permette di immaginare una possibilità diversa.
Il suono dello shofar assume un significato ancora più particolare nel tempo in cui viviamo. Siamo immersi in un rumore continuo: parole gridate, giudizi immediati, contrapposizioni, semplificazioni, rabbia e odio amplificati dai social. Prendere posizione è diventato spesso più facile che ascoltare, mentre comprendere le ragioni e le paure dell’altro richiede tempo, attenzione e disponibilità.

Eppure proprio il suono dello shofar può richiamare, per contrasto, un’altra immagine della tradizione ebraica: il koldemamàdakà, la “voce sottile del silenzio”. Non è un invito a tacere davanti all’ingiustizia. È, al contrario, la ricerca di un silenzio interiore che permetta di distinguere, comprendere e ascoltare prima di parlare e di agire.

Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo: fare abbastanza silenzio da riuscire nuovamente ad ascoltare.
Entrare nel nuovo anno significa allora interrogarsi non soltanto su ciò che desideriamo ricevere, ma anche sulla responsabilità che siamo disposti ad assumere.

L’augurio è che diminuiscano le guerre e le persecuzioni; che l’umanità possa trovare sicurezza, pace e un futuro di serenità; che l’antisemitismo e ogni forma di odio non trovino nell’indifferenza lo spazio per crescere; che le donne non debbano vivere nella paura della violenza; che i più fragili trovino protezione e ascolto.

Ma accanto a questi desideri, che riguardano il mondo, Rosh HaShanà pone una domanda a ciascuno di noi: quale parte possiamo avere nel cambiamento che auspichiamo?

Non possiamo controllare gli eventi né sapere che cosa porterà l’anno che inizia. Possiamo però esaminare le nostre scelte, riconoscere le nostre omissioni, correggere ciò che è possibile correggere e decidere con quale responsabilità entrare nel tempo che viene.

È forse questo il senso più profondo della Teshuvà: non cancellare ciò che è stato, ma farne il punto di partenza per scegliere diversamente ciò che ancora può essere.

Shanàtovà. Che sia un anno buono. Per tutti.



Rav Roberto Della Rocca
Direttore Area Formazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane