La guerra contro l’Iran sta producendo un vincitore economico inatteso. È l’Egitto, che dopo oltre due anni di pesantissime perdite vede tornare a crescere traffico e incassi del Canale di Suez. A luglio i ricavi hanno raggiunto 505 milioni di dollari, il 42 per cento in più rispetto allo stesso mese del 2025 e il risultato mensile migliore dal dicembre 2023.
Il dato è particolarmente importante per il Cairo perché arriva dopo una crisi che aveva colpito una delle principali fonti di valuta pregiata del Paese. Gli attacchi degli Houthi contro il traffico commerciale nel Mar Rosso, cominciati dopo il 7 ottobre con la dichiarata intenzione di esercitare pressione su Israele, avevano spinto le grandi compagnie di navigazione a evitare la rotta di Suez e a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Per l’economia egiziana il conto era stato enorme. Nel 2023 il Canale aveva prodotto entrate record per 10,2 miliardi di dollari, scese a 4,1 miliardi nel 2025.
Ora la geografia della crisi mediorientale sta cambiando nuovamente le rotte. A luglio sono transitate attraverso Suez 1.340 navi, con un aumento del 27 per cento su base annua. Particolarmente significativo è il ritorno delle petroliere, salite a 526 rispetto alle 485 di giugno.
Dietro questa inversione di tendenza c’è soprattutto la crisi dello Stretto di Hormuz. Il passaggio che collega il Golfo Persico al Mare Arabico, attraverso il quale in condizioni normali transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commercializzati nel mondo, è diventato molto più difficile da utilizzare a causa della guerra. L’Arabia Saudita ha quindi aumentato il ricorso alle infrastrutture che consentono di trasferire il greggio verso la costa occidentale del Paese e il porto di Yanbu, sul Mar Rosso.
Da lì, però, comincia un secondo problema. A sud si trova Bab el-Mandeb, l’altro collo di bottiglia strategico della regione, dove gli Houthi hanno intensificato la minaccia contro il traffico saudita. Per alcune petroliere la soluzione è quindi dirigersi verso nord, raggiungere Suez e il Mediterraneo oppure utilizzare il sistema di oleodotti egiziano SUMED, che collega Ain Sokhna, sul Golfo di Suez, con Sidi Kerir, sulla costa mediterranea.
Il risultato è un paradosso geopolitico piuttosto evidente. La destabilizzazione provocata dagli Houthi aveva contribuito a mettere in ginocchio gli introiti egiziani del Canale; l’allargamento della crisi all’Iran e le nuove difficoltà che investono Hormuz stanno invece riportando una parte del traffico proprio verso Suez. Persino alcune navi che hanno attraversato il Canale verso sud e successivamente giudicano troppo pericoloso proseguire verso Bab el-Mandeb possono scegliere di invertire la rotta, pagando nuovamente il pedaggio per tornare nel Mediterraneo.
Per Abdel Fattah al-Sisi si tratta di una boccata d’ossigeno. L’Egitto continua ad avere un forte bisogno di valuta estera e Suez, insieme al turismo e alle rimesse degli egiziani che lavorano all’estero, resta uno dei pilastri dei suoi conti con l’estero. La Suez Canal Authority prevede per il 2026 entrate comprese tra 5,8 e 6 miliardi di dollari, una ripresa consistente rispetto allo scorso anno, sebbene ancora lontana dai livelli precedenti alla crisi del Mar Rosso.
Molto dipenderà da quanto durerà l’attuale assetto delle rotte commerciali. Il traffico attraverso Hormuz resta fortemente ridotto e il ritorno delle compagnie europee a Suez procede gradualmente, mentre la minaccia Houthi continua a rendere instabile il passaggio meridionale del Mar Rosso. Per il Cairo, dunque, la ripresa è reale, sebbene fragile. In una regione nella quale ogni guerra ridisegna anche le mappe dell’energia e del commercio, il Canale di Suez è tornato a dimostrare quanto possa pesare un passaggio largo poche centinaia di metri sull’economia di un intero Paese.