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Lloyds: conto chiuso per la pro-Pal e niente mutuo alla madre

Leona Kamio è stata condannata a sei anni per l’assalto a uno stabilimento di Elbit Systems. Ora la banca britannica prende le distanze anche dalla sua famiglia

Paolo Montesi

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Lloyds: conto chiuso per la pro-Pal e niente mutuo alla madre
Iimmagine generata con AI

Prima il conto bancario chiuso alla figlia, poi il mutuo negato alla madre. Le conseguenze dell’assalto compiuto da un gruppo di attivisti pro-palestinesi contro uno stabilimento della società israeliana Elbit Systems, vicino a Bristol, sembrano essersi estese ben oltre la condanna penale di Leona Kamio, una delle partecipanti all’azione, alla quale sono stati inflitti sei anni di carcere.

Secondo quanto ricostruito dal sito britannico Novara Media, Lloyds Banking Group ha respinto la richiesta di mutuo presentata dalla madre di Kamio. La banca avrebbe comunicato alla donna che, dopo aver esaminato la pratica, i propri consulenti non si sentivano «a proprio agio» nel sostenerla in quel momento. Sarebbe stata esclusa anche la possibilità di trasferire gli asset alla sorella di Kamio per procedere attraverso un percorso alternativo.

La vicenda nasce dall’irruzione nello stabilimento Elbit Systems di Filton, nell’area di Bristol, compiuta nell’agosto 2024 da attivisti di Palestine Action. L’azione ebbe caratteristiche ben diverse da quelle di una normale protesta politica. Gli assalitori, vestiti con tute rosse e armati di mazze e martelli, entrarono nell’impianto dopo aver sfondato l’accesso e danneggiarono apparecchiature e strutture. Durante gli scontri intervenne la polizia e una agente fu colpita con un martello. Secondo l’accusa, l’operazione era stata accuratamente pianificata e provocò danni per circa un milione di dollari.

Kamio è stata successivamente riconosciuta colpevole insieme ad altri attivisti. Lei e altre due imputate hanno ricevuto una condanna a sei anni di reclusione. Il procedimento è diventato uno dei casi più discussi legati a Palestine Action, il gruppo britannico che ha fatto dell’azione diretta contro aziende con rapporti con Israele, e in particolare contro Elbit Systems, uno dei propri principali strumenti di lotta.

Lloyds aveva già interrotto i rapporti con Kamio mentre la giovane si trovava in custodia cautelare. In una lettera citata dalla stampa britannica, la banca le aveva comunicato di non essere più in grado di mantenere con lei una «relazione bancaria». Adesso il coinvolgimento della madre apre una questione diversa, perché la donna non risulta aver partecipato all’assalto per il quale è stata condannata la figlia.

La madre di Kamio, proprietaria di una piccola attività nel Galles meridionale e cliente di Lloyds da molti anni, sostiene di aver subito negli ultimi due anni un forte contraccolpo economico, anche perché avrebbe dedicato tempo e risorse alla campagna per la liberazione della figlia. Il mutuo avrebbe dovuto consentirle di alleggerire queste difficoltà finanziarie e il rifiuto della banca, secondo il suo racconto, ha aggravato la situazione.

Lloyds respinge però qualsiasi interpretazione politica della decisione. Un portavoce ha dichiarato a Novara Media che la banca non chiude conti né prende decisioni creditizie sulla base delle convinzioni politiche o personali dei clienti. Le valutazioni, ha precisato, dipendono dalla legislazione applicabile, dalla regolamentazione, dalle condizioni contrattuali e dai requisiti necessari per ottenere credito. La banca, come è consuetudine in questi casi, non ha commentato nel dettaglio la posizione dei singoli clienti.

Resta così aperto il punto più delicato della vicenda. La chiusura del conto di una persona condannata per un’azione violenta e il rifiuto di concedere credito a sua madre sono decisioni differenti, che richiedono motivazioni differenti. Proprio l’estensione delle conseguenze finanziarie a un familiare estraneo ai fatti rende il caso destinato a suscitare discussioni nel Regno Unito.

Sul fondo rimane però un dato spesso oscurato dalla definizione generica di «attivisti pro-palestinesi». A Filton non si svolse una manifestazione finita accidentalmente fuori controllo. Fu un’irruzione organizzata in uno stabilimento industriale, con ingenti danni e un violento scontro con la polizia. È da lì che è cominciata la vicenda giudiziaria di Leona Kamio. E, a quanto pare, le sue conseguenze sono ancora lontane dall’essere terminate.