Home > Attualità > In 5.000 contro l’accusa di genocidio a Israele

In 5.000 contro l’accusa di genocidio a Israele

Da Boris Johnson a Steven Pinker e Deborah Lipstadt, politici, studiosi e artisti firmano una lettera che contesta l’uso del termine genocidio per Gaza

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
In 5.000 contro l’accusa di genocidio a Israele
Iimmagine generata con AI

Più di cinquemila personalità della politica, della cultura, dell’università, dello spettacolo e del mondo religioso hanno sottoscritto una lettera aperta che respinge l’accusa secondo cui Israele avrebbe commesso un genocidio nella Striscia di Gaza. Tra i firmatari figurano l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex ministro della Giustizia canadese Irwin Cotler, lo psicologo di Harvard Steven Pinker, gli storici Benny Morris, Niall Ferguson, Simon Sebag Montefiore e Deborah Lipstadt, già inviata speciale degli Stati Uniti per la lotta all’antisemitismo, oltre all’attrice Debra Messing e all’imprenditore Haim Saban.

L’iniziativa è stata promossa da Creative Community for Peace insieme agli autori del documento, Yossi Klein Halevi, il rabbino Yitz Greenberg, il rabbino Micha Odenheimer e lo storico Jonathan Karp. Alla lettera hanno aderito anche dirigenti di importanti organizzazioni ebraiche e numerose personalità del cinema e della televisione, tra cui Mayim Bialik, Jennifer Jason Leigh, Patricia Heaton, Anthony Edwards e Jerry O’Connell.

Il cuore del documento riguarda il significato giuridico della parola «genocidio», che secondo i firmatari viene ormai utilizzata nel dibattito su Gaza prescindendo dal requisito fondamentale stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Perché un crimine possa essere qualificato come genocidio occorre infatti provare l’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

Le morti dei civili, la devastazione provocata da una guerra e persino la consapevolezza che determinate operazioni possano produrre un elevato numero di vittime, sostengono i promotori, non sono di per sé sufficienti a dimostrare quell’intenzione. La lettera riconosce esplicitamente che esiste un dibattito legittimo, anche all’interno del mondo ebraico, sulla condotta israeliana durante la guerra e sul prezzo pagato dalla popolazione palestinese. Il passaggio dalla critica politica e militare all’imputazione di genocidio richiede però una prova ulteriore e decisiva.

Su questo punto i firmatari rovesciano l’accusa. Nel conflitto seguito al 7 ottobre, scrivono, «solo una parte intendeva commettere un genocidio, ed era Hamas», richiamando il massacro compiuto nelle comunità israeliane e al festival Nova e il sequestro di 251 persone.
La lettera interviene mentre l’accusa di genocidio contro Israele ha assunto un peso crescente nelle istituzioni internazionali e nel dibattito pubblico. I suoi promotori contestano in particolare le conclusioni formulate dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, sostenendo che l’interpretazione adottata finisca per allontanarsi dalla soglia particolarmente rigorosa prevista dal diritto internazionale per dimostrare l’intento genocidario.

C’è poi un secondo aspetto sul quale il documento insiste. Secondo i firmatari, l’accusa ha ormai oltrepassato i confini della discussione sulla guerra ed è diventata uno strumento utilizzato per colpire Israele e, sempre più spesso, gli ebrei della diaspora. Irwin Cotler parla di una distorsione «storica, morale e giuridica» dei fatti e del diritto, mentre Deborah Lipstadt osserva come un’accusa inizialmente sostenuta soprattutto dagli ambienti più radicali sia progressivamente penetrata nel discorso pubblico fino a essere ripetuta come un dato acquisito.

È proprio questo automatismo che i cinquemila intendono spezzare. Le parole, soprattutto quando appartengono al diritto internazionale e designano il più grave dei crimini collettivi, hanno un significato preciso. Svuotarle dei criteri che ne delimitano l’uso significa trasformarle in strumenti politici.

La battaglia aperta dalla lettera, dunque, riguarda Gaza e insieme qualcosa di più vasto. Riguarda il confine tra la critica, anche durissima, alle scelte di un governo e l’attribuzione allo Stato ebraico dell’intenzione di sterminare un popolo. Un confine che, per i firmatari, negli ultimi tre anni è stato progressivamente cancellato, con conseguenze che ormai si misurano anche molto lontano dal Medio Oriente.