Elbit Systems of America cambia nome e diventa Twenty-Six Defense. La controllata statunitense del colosso israeliano della difesa ha annunciato la nuova identità mentre diversi suoi stabilimenti negli Stati Uniti continuano a essere bersaglio di proteste e campagne pro-palestinesi legate alla guerra di Gaza. L’azienda, tuttavia, presenta l’operazione come una conseguenza della propria crescita sul mercato americano e non come una presa di distanza dalla casa madre israeliana.
Il nuovo nome ha un significato preciso. Ventisei è il numero atomico del ferro, elemento scelto dall’azienda per evocare solidità, resistenza e durata. Un riferimento che consente anche alla società di costruire un’identità più immediatamente americana, mentre continua a operare nello stesso settore e sotto il controllo di Elbit Systems.
«Questo cambiamento sottolinea la nostra crescita nel mercato statunitense e rafforza il nostro impegno a sostenere i combattenti americani ovunque le loro missioni li conducano», ha dichiarato Luke Savoie, amministratore delegato della società. Non sono state annunciate modifiche nella struttura proprietaria né una separazione dal gruppo israeliano.
Twenty-Six Defense ha sede in Texas e impiega circa 3.300 persone negli Stati Uniti. È da tempo inserita nella filiera della difesa americana e fornisce tecnologie a diversi apparati federali, tra cui sistemi di visione notturna destinati alle forze armate ed equipaggiamenti di sorveglianza utilizzati dalle autorità statunitensi per il controllo delle frontiere.
La trasformazione del marchio arriva però in un momento particolare. Elbit Systems è diventata uno degli obiettivi privilegiati dei gruppi che conducono campagne contro aziende israeliane o società occidentali accusate di collaborare con la difesa dello Stato ebraico. Dopo il 7 ottobre 2023 e l’inizio della guerra nella Striscia, manifestazioni e azioni di protesta si sono moltiplicate davanti alle sedi e agli stabilimenti del gruppo in diversi Paesi.
Il caso più clamoroso si è verificato nel Regno Unito, dove Palestine Action ha condotto per anni una campagna contro gli impianti di Elbit, ricorrendo anche a occupazioni, danneggiamenti e irruzioni. Nell’agosto 2024 alcuni attivisti entrarono nello stabilimento di Filton, vicino a Bristol, armati di mazze e martelli. L’azione provocò gravi danni e sfociò in scontri con la polizia. Proprio in queste settimane alcuni dei responsabili sono stati condannati a pesanti pene detentive.
Negli Stati Uniti le contestazioni hanno avuto caratteristiche differenti, ma la presenza del nome Elbit ha trasformato alcune sedi della società in punti di riferimento per le mobilitazioni pro-palestinesi. Da qui nasce inevitabilmente la domanda se il rebranding serva anche a ridurre l’immediata riconoscibilità del legame con Israele.
L’azienda non indica questa come motivazione e gli elementi disponibili non consentono di affermarlo. La scelta di un nuovo marchio per una controllata profondamente inserita nel mercato statunitense può rispondere a ragioni industriali e commerciali del tutto autonome. Rimane però significativo il momento nel quale avviene.
Elbit Systems è uno dei maggiori gruppi israeliani della difesa e la sua presenza internazionale è parte integrante della sua forza industriale. Negli Stati Uniti, dove il settore della difesa è strettamente legato alla sicurezza nazionale e alle commesse federali, presentarsi con un’identità specificamente americana può avere un valore che va oltre il marketing.
Il ferro, dunque, prende il posto di Elbit sull’insegna. Sotto quella nuova insegna restano gli stessi dipendenti, gli stessi settori industriali e soprattutto la stessa proprietà israeliana. Twenty-Six Defense nasce come nome americano di un’azienda che americana lo era già per sede, personale e clienti, mentre il legame con Israele rimane esattamente dov’era.