Ci sono date che acquistano importanza soltanto dopo. Sul momento sembrano un episodio, magari particolarmente brutto. Poi passano gli anni e ci si accorge che in quei giorni era nato qualcosa. Durban, Sudafrica, 2001, è una di quelle date.
Dal 31 agosto all’8 settembre le Nazioni Unite convocarono la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le forme connesse di intolleranza. Il luogo aveva un valore simbolico enorme. Il Sudafrica era uscito da pochi anni dall’apartheid e proprio lì il mondo avrebbe dovuto riaffermare il principio più elementare della democrazia liberale: nessun essere umano può essere discriminato per ciò che è.Accadde anche altro. Soprattutto altro.
Accanto alla conferenza dei governi si svolse il Forum delle organizzazioni non governative, con migliaia di partecipanti. Fu lì che Israele venne progressivamente trasformato da uno Stato sottoposto, come qualsiasi altro, alla critica politica in qualcosa di diverso: uno Stato intrinsecamente criminale, razzista per natura, colpevole di apartheid, genocidio, pulizia etnica. Il documento finale del Forum chiedeva l’isolamento di Israele, sanzioni e misure che avrebbero trovato negli anni successivi una fortuna straordinaria.Il salto era avvenuto.
Non si contestava più una decisione del governo israeliano, una guerra, l’occupazione dei territori, gli insediamenti. Il bersaglio diventava il sionismo stesso, cioè il principio dell’autodeterminazione nazionale degli ebrei.Bisogna ricordare che nel 1991 l’Assemblea generale dell’ONU aveva cancellato la famigerata risoluzione 3379 del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo. Dieci anni dopo, a Durban, quella formula tornava dalla finestra, appena riverniciata. Non occorreva più pronunciare le tre parole “sionismo uguale razzismo”. Bastava costruire un sistema concettuale nel quale l’esistenza dello Stato ebraico diventasse essa stessa una manifestazione di razzismo.Fu questa una delle grandi e spaventose innovazioni politiche di Durban.
Il paradosso resta impressionante. Una conferenza nata per combattere l’odio razziale offrì spazio a una delle più antiche ossessioni razziste della storia, aggiornata al linguaggio dei diritti umani. Circolarono caricature antisemite, volantini e materiali ostili agli ebrei. Delegati e attivisti ebrei raccontarono un’atmosfera intimidatoria. L’ebreo poteva tornare a essere accusato, purché lo si chiamasse sionista.Stati Uniti e Israele abbandonarono la conferenza il 3 settembre, giudicando inaccettabile la direzione presa dal dibattito sul Medio Oriente.
Va detto con precisione, perché ricordare con rabbia non significa ricordare male. Il documento finale approvato dagli Stati fu assai più equilibrato di quello delle ONG. Condannò l’antisemitismo, ricordò la Shoah, riconobbe il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e quello di tutti gli Stati della regione, compreso Israele, alla sicurezza. La battaglia diplomatica impedì che le formulazioni più estreme entrassero nella dichiarazione conclusiva.Il veleno, però, era ormai uscito dalla bottiglia.
A Durban prese forma con eccezionale chiarezza un vocabolario destinato a diventare familiare: Israele come Stato di apartheid, Israele come progetto coloniale, Israele come incarnazione del razzismo, Israele come realtà da isolare economicamente, culturalmente e politicamente. Quattro anni dopo sarebbe nato ufficialmente il movimento BDS. Molte delle sue categorie politiche erano già state sperimentate a Durban.Ed è questo che rende il 2001 così importante per capire l’antisionismo contemporaneo.
L’antisemitismo europeo tradizionale aveva descritto l’ebreo come un corpo estraneo dentro la nazione. L’antisionismo radicale compie un’operazione curiosamente speculare: considera gli ebrei un corpo estraneo proprio quando costituiscono una nazione. Prima veniva loro rimproverato di essere senza patria; adesso viene rimproverato loro di averne una.
Naturalmente criticare Israele è legittimo ed è persino banale doverlo ripetere. Israele è uno Stato, i suoi governi prendono decisioni, e le decisioni possono essere contestate duramente. La questione cambia quando a essere messo sotto processo è il diritto stesso degli ebrei ad avere uno Stato, quando ogni guerra israeliana diventa genocidio, ogni confine apartheid, ogni autodifesa aggressione, ogni sionista un razzista.
Durban contribuì potentemente a rendere rispettabile questo passaggio.E lo fece attraverso un meccanismo che da allora abbiamo imparato a conoscere bene: appropriarsi del linguaggio morale dell’Occidente per rovesciarlo contro Israele. Antirazzismo, anticolonialismo, diritti umani, apartheid, genocidio. Parole cariche della memoria delle peggiori tragedie della storia contemporanea vennero progressivamente applicate allo Stato degli ebrei fino a trasformarlo nel colpevole universale.Venticinque anni dopo, basta entrare in molte università occidentali, osservare certe manifestazioni o ascoltare alcuni slogan per riconoscere quella lingua.Sembra nata ieri.Era già tutta a Durban.