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RICORDANDO CON RABBIA. Quando l’ONU decise che il sionismo era razzismo

Nel 1975 settantadue Paesi approvarono una risoluzione che trasformava il movimento di liberazione nazionale degli ebrei in un’ideologia razzista. Fu cancellata sedici anni dopo. Il veleno, invece, è rimasto

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
RICORDANDO CON RABBIA. Quando l’ONU decise che il sionismo era razzismo

Ci sono date che meriterebbero di essere imparate a memoria. Il 10 novembre 1975 è una di queste. Quel giorno l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 3379 e stabilì, con la solennità burocratica di cui sono capaci le istituzioni quando commettono enormità, che «il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale». Settantadue Paesi votarono a favore, 35 contro, 32 si astennero.

Vale la pena fermarsi sulle parole. Sionismo. Razzismo. Il movimento nato per restituire agli ebrei, perseguitati per secoli proprio in quanto ebrei, il diritto all’autodeterminazione nazionale veniva collocato nella stessa categoria morale delle ideologie che classificavano gli uomini secondo la razza. Trent’anni dopo Auschwitz, l’organizzazione nata anche sulle macerie della Seconda guerra mondiale consegnava agli avversari di Israele qualcosa di assai più potente di una condanna politica. Consegnava loro un marchio.

Il contesto aiuta a capire come fu possibile. Erano gli anni della Guerra fredda, del peso sovietico alle Nazioni Unite, dell’ascesa del blocco dei Paesi non allineati e della capacità diplomatica dei Paesi arabi di costruire maggioranze automatiche contro Israele. La risoluzione stessa richiamava precedenti documenti che avevano già accostato il sionismo al colonialismo, all’imperialismo e all’apartheid sudafricano. Era un’operazione politica formidabile. Se il sionismo è razzismo, Israele smette di essere uno Stato di cui contestare confini, governi, guerre, occupazioni o decisioni politiche. Diventa il prodotto di un peccato originale. La sua stessa ragione di esistere diventa moralmente illegittima. Ed eccoci al punto che rende quella storia così contemporanea.

Oggi sentiamo continuamente ripetere che il sionismo è colonialismo, suprematismo, apartheid, progetto razziale. Vediamo manifestazioni nelle quali «sionista» viene pronunciato come un insulto. Università, associazioni, sindacati e gruppi politici chiedono di escludere organizzazioni «sioniste», come se aderire all’idea che gli ebrei abbiano diritto a uno Stato significasse professare una dottrina infamante. Questa lingua ha una genealogia. Il 1975 ne rappresenta uno dei passaggi decisivi.

Quel giorno all’ONU parlò Chaim Herzog, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite e futuro presidente di Israele. Ricordò che proprio il 10 novembre, trentasette anni prima, era avvenuta la Notte dei cristalli. La coincidenza aveva qualcosa di osceno. Poi concluse il suo intervento strappando davanti all’Assemblea il testo della risoluzione.Il gesto rimase nella storia. La risoluzione, purtroppo, rimase negli archivi dell’ONU per altri sedici anni.

Bisogna anche ricordare chi disse no. Gli Stati Uniti votarono contro. Con loro gran parte delle democrazie occidentali, fra cui Italia, Francia, Regno Unito, Germania Ovest, Canada, Australia, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia. Daniel Patrick Moynihan, ambasciatore americano all’ONU, pronunciò parole che ancora oggi dovrebbero essere lette nelle scuole. Gli Stati Uniti, disse, non avrebbero riconosciuto quella «infame» decisione, né l’avrebbero rispettata né vi avrebbero mai acconsentito.

Poi il mondo cambiò. Cadde il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica si dissolse, cominciò il processo che avrebbe portato agli accordi di Oslo. Il 16 dicembre 1991 l’Assemblea generale revocò la 3379 con la risoluzione 46/86. Questa volta 111 Stati votarono a favore della cancellazione, 25 contro e 13 si astennero. Sedici anni per cancellare una frase ma molto più tempo per cancellarne gli effetti.

Perché la menzogna aveva ormai imparato a camminare da sola. Aveva acquistato un lessico, una rispettabilità istituzionale, una bibliografia, un esercito di ripetitori. Il sionismo poteva essere presentato come una forma particolarmente ripugnante di colonialismo occidentale e Israele come uno Stato nato attraverso un crimine che nessuna successiva condotta avrebbe potuto redimere. È qui che quella risoluzione ci riguarda oggi.

Una parte dell’antisemitismo contemporaneo ha compreso perfettamente che l’odio contro gli ebrei espresso nel vecchio vocabolario è socialmente impresentabile. Nessuna persona rispettabile direbbe che gli ebrei sono una razza inferiore o che devono essere esclusi dalle università. Esiste però una scorciatoia. Basta trasformare «ebreo» in «sionista» e attribuire al secondo termine una colpa morale assoluta.
Naturalmente si può essere antisionisti senza essere antisemiti. Esistono ebrei antisionisti, religiosi e laici, ed esistono critiche radicali alla concezione dello Stato nazionale che riguardano anche Israele. Il problema comincia quando a un solo popolo viene chiesto di rinunciare al diritto riconosciuto agli altri, e quando milioni di ebrei vengono trattati come complici di un’ideologia criminale semplicemente perché ritengono legittima l’esistenza di Israele.È precisamente il terreno preparato nel 1975.

La risoluzione 3379 fu cancellata. L’equazione che conteneva è sopravvissuta e oggi la incontriamo sui muri delle università, nei cortei, nelle assemblee, sui social, qualche volta nei giornali e nei discorsi di persone convinte di combattere il razzismo. Questo è forse il dettaglio che fa più rabbia.

Mezzo secolo dopo, una delle più riuscite operazioni politiche di delegittimazione del Novecento continua a presentarsi vestita da battaglia per i diritti umani. E molti di coloro che ne ripetono le parole probabilmente ignorano persino da dove vengano. La storia serve anche a questo. A riconoscere le vecchie infamie quando tornano con abiti nuovi.