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RICORDANDO CON RABBIA. Il massacro alle Olimpiadi, e il silenzio del mondo

Monaco 1972, undici atleti israeliani assassinati. Nessuna occupazione, nessun boicottaggio, nessuna mobilitazione permanente. Il silenzio di allora pesa ancora oggi

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
RICORDANDO CON RABBIA. Il massacro alle Olimpiadi, e il silenzio del mondo

Ci sono silenzi che invecchiano male e più passa il tempo, più diventano assordanti. Ero molto giovane ma ricordo bene quel 5 settembre 1972 quando un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero entrò nel villaggio olimpico di Monaco di Baviera. Due atleti israeliani furono uccisi immediatamente e altri nove vennero presi in ostaggio. Dopo una giornata di trattative inconcludenti e un fallimentare tentativo di liberazione organizzato dalle autorità tedesche, tutti gli ostaggi furono assassinati. Undici ebrei. Uccisi perché ebrei e perché israeliani.

Fu il primo grande attentato terroristico trasmesso in diretta televisiva al mondo intero sotto gli occhi di centinaia di milioni di persone che seguirono quelle ore drammatiche con sbigottimento e confusione. Le immagini fecero il giro del pianeta e nessuno aveva più scuse, nessuno poteva dire di non sapere. Eppure, guardando oggi a quei giorni, colpisce soprattutto una cosa.L’assenza pressoché totale di quella mobilitazione morale che oggi accompagna qualsiasi vicenda riguardi Israele.

Le università occidentali non si trasformarono in accampamenti di protesta. Nessun collettivo occupò facoltà in nome delle vittime israeliane. Nessun senato accademico approvò mozioni solenni. Nessun docente firmò appelli accusando il terrorismo palestinese di essere il volto contemporaneo dell’antisemitismo. Nessuno propose il boicottaggio delle organizzazioni che sostenevano Settembre Nero. Nessuno pretese che gli intellettuali palestinesi prendessero pubblicamente le distanze. Ci fu dolore – a volte persino sincero – e ci furono condanne ma quello che mancò fu una gigantesca mobilitazione etica che oggi vediamo scattare con impressionante rapidità quando l’oggetto della protesta è Israele.Perché?La risposta più comoda è che erano altri tempi ma quella più onesta è un’altra.

Per una parte consistente dell’intellighenzia occidentale, già allora Israele aveva iniziato a perdere il ruolo della vittima per assumere quello del presunto oppressore. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e ancora di più negli anni successivi, molti ambienti universitari avevano cominciato a leggere il conflitto mediorientale attraverso le categorie del colonialismo, dell’imperialismo e della lotta di liberazione nazionale.

Dentro quella lente ideologica il terrorismo palestinese non veniva necessariamente approvato e francamente sarebbe troppo semplice dirlo. La verità è che veniva relativizzato. Contestualizzato. Spiegato. Le responsabilità morali finivano distribuite in modo tale da rendere sempre meno netto il confine tra assassini e assassinati. È un meccanismo che oggi, ahinoi, conosciamo fin troppo bene e che abbiamo visto ripetersi infinite volte.

Non si giustifica apertamente il terrorismo ma lo si inserisce in una catena di cause che finisce inevitabilmente per attenuarne la responsabilità e il risultato è che la condanna perde forza proprio nel momento in cui dovrebbe essere assoluta.

Monaco, però, rappresentò anche un’altra frattura. Per la prima volta dopo la Shoah, ebrei venivano nuovamente selezionati, sequestrati e uccisi sotto gli occhi del mondo perché appartenenti al popolo ebraico. Accadeva in Germania, appena ventisette anni dopo Auschwitz. Perfino questa impressionante coincidenza storica non bastò a provocare quella scossa morale che ci si sarebbe aspettati e tre giorni dopo, i Giochi olimpici ripresero perché “The Games must go on”, dichiarò Avery Brundage, presidente del Comitato olimpico internazionale.I Giochi devono continuare, firmando una delle frasi più controverse – e, lasciatemelo dire, ripugnanti di quegli anni, che pure ne videro pronunciare tante e terribili.
Ma ancora più controverso è ciò che non accadde fuori dagli stadi. Non nacque un grande movimento internazionale contro il terrorismo antiebraico. Le università non fecero di Monaco un simbolo permanente della difesa della civiltà democratica. Gli assassini entrarono rapidamente nella geografia della militanza rivoluzionaria degli anni Settanta, dove troppo spesso il confine tra guerrigliero e terrorista diventava sfumato. Oggi, invece, basta osservare quello che accade nei campus occidentali. Accampamenti, occupazioni, boicottaggi, mozioni, assemblee permanenti, docenti militanti, rettori sotto pressione, studenti trasformati in attivisti. Insomma, una mobilitazione senza precedenti.

Naturalmente ogni generazione ha il diritto di indignarsi ma quel che ci chiediamo è perché quell’indignazione non esplose quando le vittime erano undici atleti israeliani massacrati durante un’Olimpiade?Perché allora non si parlò di emergenza morale globale?Perché le università non considerarono quel terrorismo una questione identitaria, come oggi considerano identitaria ogni accusa rivolta contro Israele? Ci sono domande che fanno male perché mettono a nudo una verità scomoda.

L’università ama pensarsi come la coscienza critica dell’Occidente mentre spesso non è altro che lo specchio dei suoi conformismi. I conformismi cambiano. I morti, invece, restano gli stessi. E’ impossibile non ricordare con rabbia quel cinque di settembre, quando eravamo giovani e già intossicati da un mondo infame che avrebbe dovuto scuoterci e che invece non faceva altro che addormentarci.