Di questi tempi è difficile leggere certi appelli firmati da docenti universitari senza che la memoria corra inevitabilmente al 1938. Naturalmente la storia non si ripete mai nello stesso modo. Sarebbe scorretto e intellettualmente disonesto sostenere il contrario. Esistono però atteggiamenti che ritornano. Esiste il conformismo delle élite. Esiste la seduzione della firma collettiva. Esiste la convinzione che la cultura conferisca automaticamente superiorità morale. Ed esiste la tentazione, sempre presente, di trasformare l’università in una cassa di risonanza ideologica.
Nel luglio del 1938 il regime fascista pubblicò il Manifesto degli scienziati razzisti, passato alla storia come Manifesto della razza. Dieci studiosi prestarono il proprio nome a un testo pseudoscientifico destinato a fornire una giustificazione “scientifica” alle leggi razziali che sarebbero entrate in vigore pochi mesi dopo. Fu uno dei punti più ignobili della cultura italiana. Sarebbe consolante, e falso, pensare che si trattò soltanto di dieci persone.
Attorno a quel manifesto si raccolse infatti una parte significativa del mondo accademico. Molti professori collaborarono con la rivista La difesa della razza, altri legittimarono le nuove teorie razziali, quasi nessuno si oppose pubblicamente all’espulsione dei colleghi e degli studenti ebrei dalle università italiane. Intere facoltà continuarono a lavorare come se nulla fosse accaduto, mentre centinaia di docenti venivano cacciati dalle cattedre soltanto perché ebrei.
L’università, che avrebbe dovuto essere il luogo della libertà intellettuale, diventò uno degli strumenti con cui il regime cercò di dare autorevolezza alla discriminazione. Non tutti, però, accettarono di piegare la testa.
Vale la pena ricordare nomi che oggi dovrebbero essere scolpiti sulle pareti di ogni ateneo. Vito Volterra, uno dei più grandi matematici italiani, già perseguitato dal fascismo per il suo rifiuto del giuramento di fedeltà al regime, rimase un simbolo di dignità civile. Gaetano De Sanctis preferì perdere la cattedra piuttosto che sottomettersi. Ernesto Buonaiuti pagò un prezzo altissimo per la propria indipendenza. Piero Calamandrei, pur costretto a muoversi entro margini strettissimi, rappresentò una delle coscienze morali che avrebbero poi contribuito alla rinascita democratica del Paese.Erano pochi.Ed è proprio questo il punto.
Ogni generazione ama raccontarsi che, al loro posto, avrebbe fatto diversamente. Che avrebbe protestato. Che avrebbe firmato un altro appello. Che avrebbe difeso i perseguitati.La storia, però, racconta quasi sempre il contrario. Le maggioranze tendono ad adeguarsi, le firme ad accumularsi, le conscienze a tranquillizzarsi dietro parole altisonanti. Il coraggio, insomma, resta un bene raro.
Per questo gli appelli collettivi che oggi arrivano da una parte dell’università italiana meritano di essere guardati con particolare attenzione. Non perché siamo nel 1938. Non lo siamo. E chi usa i paragoni storici in modo meccanico finisce quasi sempre per banalizzare la storia. Il problema è che quando un’università smette di interrogarsi e comincia a schierarsi in blocco; quando la complessità lascia il posto alla militanza; quando Israele viene trasformato nell’unico imputato permanente e il terrorismo islamista diventa una nota a margine; quando l’indignazione seleziona accuratamente le proprie vittime, allora è legittimo chiedersi se la cultura stia ancora svolgendo il proprio compito oppure stia semplicemente cercando un nuovo conformismo.
Ricordare il 1938 non significa distribuire patenti di fascismo. Significa ricordare che gli intellettuali non sono vaccinati contro gli errori della storia. Che, anzi, qualche volta li anticipano. Che qualche volta li giustificano. Che qualche volta li rendono perfino rispettabili. È per questo che bisogna ricordare quei professori con rabbia.
E, insieme a loro, ricordare anche i pochissimi che ebbero il coraggio di restare in piedi mentre quasi tutti gli altri applaudivano.