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RICORDANDO CON RABBIA. Entebbe, quando tornarono a scegliere gli ebrei

Nel giugno del 1976 quattro terroristi dirottarono un volo Air France e portarono gli ostaggi in Uganda. Poi venne la separazione. Israeliani ed ebrei da una parte, gli altri dall’altra. Trent’anni dopo Auschwitz, due terroristi tedeschi partecipavano a una selezione che l’Europa avrebbe dovuto riconoscere immediatamente

Daniele Scalise

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RICORDANDO CON RABBIA. Entebbe, quando tornarono a scegliere gli ebrei

Ci sono immagini che la storia dovrebbe rendere impossibili e non perché siano state dimenticate, proprio perché le abbiamo viste troppe volte: una stanza, degli uomini armate, persone impaurite che aspettano di sapere quale sarà la loro sorte. Qualcuno controlla i passaporti, legge i nomi, decide chi deve andare da una parte e chi dall’altra. Tra coloro che compiono la selezione ci sono due tedeschi. Dall’altra parte ci sono degli ebrei. Non siamo nel 1944 ma nel 1976, e cioè trentadue anni dopo.

Il 27 giugno il volo Air France 139 parte da Tel Aviv diretto a Parigi, con scalo ad Atene. Poco dopo il decollo dalla capitale greca viene dirottato da quattro terroristi: due palestinesi legati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e due tedeschi delle Revolutionäre Zellen, Wilfried Böse e Brigitte Kuhlmann. Dopo una sosta a Bengasi, l’aereo viene portato a Entebbe, in Uganda, dove il regime di Idi Amin offre ai sequestratori protezione e collaborazione. Comincia una delle crisi di ostaggi più famose del Novecento.

I terroristi chiedono la liberazione di 53 militanti detenuti in Israele e in altri Paesi. Minacciano di uccidere gli ostaggi. Passano le ore, iniziano le trattative. Poi accade qualcosa che dà a quel sequestro un significato diverso. Gli ostaggi vengono separati. Gli israeliani trattenuti insieme ad alcuni ebrei non israeliani mentre gran parte degli altri passeggeri sarà progressivamente liberata. Le testimonianze e le ricostruzioni successive non coincidono su ogni particolare e il criterio della selezione fu in larga misura legato ai passaporti israeliani. Resta un fatto terribile: tra coloro che vennero fatti passare dall’altra parte ci furono anche ebrei che israeliani non erano. E a effettuare quella selezione partecipavano due tedeschi. Basterebbe questo.

Erano trascorsi appena trentuno anni dalla liberazione di Auschwitz. Trentuno anni sono niente. Nel 1976 milioni di europei ricordavano perfettamente la guerra. I sopravvissuti ai campi camminavano per le strade di Parigi, Roma, Bruxelles, Tel Aviv. Portavano ancora sul braccio il numero che qualcuno aveva tatuato sulla loro pelle. Uno di quei numeri comparve anche a Entebbe.

Secondo una delle testimonianze più note, un sopravvissuto alla Shoah mostrò il proprio tatuaggio a Wilfried Böse. Il terrorista tedesco reagì respingendo il paragone con i nazisti. Lui si considerava un rivoluzionario, un combattente antimperialista. Era dalla parte degli oppressi. Ed è precisamente questo che rende Entebbe così difficile da dimenticare perché l’antisemitismo europeo aveva imparato una lingua nuova.

Böse non portava una divisa delle SS. Kuhlmann né apparteneva a un movimento neonazista. Venivano dall’estrema sinistra rivoluzionaria tedesca, dal mondo dell’antimperialismo radicale che aveva trasformato la causa palestinese in uno dei propri riferimenti. Si sentivano eredi della lotta contro il fascismo. Trent’anni dopo la Shoah, due tedeschi armati si ritrovavano davanti a un gruppo di ebrei e decidevano chi sarebbe rimasto prigioniero.

La storia possiede talvolta un’ironia oscena. Entebbe mostrò qualcosa che negli anni successivi sarebbe diventato sempre più evidente: si poteva perseguitare un ebreo spiegando di avere qualcosa soltanto contro Israele. Si poteva prendere di mira un israeliano in quanto israeliano e chiamare tutto questo internazionalismo. Si potevano selezionare anche ebrei non israeliani e continuare a proclamarsi antifascisti. Poi arrivò Israele.

Nella notte tra il 3 e il 4 luglio quattro Hercules israeliani volarono per migliaia di chilometri fino all’Uganda. I commandos irruppero nel terminal di Entebbe e liberarono quasi tutti gli ostaggi. Tre di loro morirono durante l’operazione; Dora Bloch, che era stata trasferita in ospedale a Kampala prima del blitz, sarebbe stata assassinata successivamente per ordine del regime ugandese. Morì anche il comandante della forza d’assalto, Yonatan Netanyahu. L’operazione prese poi il suo nome. Fu un’impresa militare straordinaria. Però, a quasi mezzo secolo di distanza, la cosa che continua a bruciare viene prima degli Hercules, dei commandos, della corsa sulla pista. È quella stanza. È il momento in cui qualcuno torna a dividere gli esseri umani e decide che gli israeliani e alcuni ebrei devono restare. Perché Entebbe avrebbe dovuto provocare nell’Europa del 1976 un riflesso immediato. Avrebbe dovuto bastare la parola «selezione». Avrebbero dovuto bastare un tedesco, un ebreo, un numero tatuato sul braccio. E invece cominciava già il lungo esercizio delle distinzioni, delle spiegazioni, delle attenuanti ideologiche. Quelli erano rivoluzionari. Quella era lotta antimperialista. Il bersaglio era Israele.Sono passati cinquant’anni e molte di quelle frasi ci accompagnano ancora.

Per questo vale la pena ricordare Entebbe con rabbia. Per l’aereo dirottato, per gli ostaggi, per il terrorismo. E per quella porta attraverso la quale alcuni poterono uscire mentre altri dovettero restare. La memoria della Shoah ci ha insegnato che la selezione degli ebrei comincia sempre da un gesto molto semplice. Qualcuno indica una direzione. Voi da quella parte.