Ci sono fotografie degli anni di piombo che abbiamo imparato a riconoscere immediatamente. Aldo Moro nella prigione delle Brigate Rosse. Il corpo di Walter Tobagi riverso sull’asfalto. Vittorio Bachelet ucciso all’università, davanti a una sua studentessa che era anche sua assistente, Rosy Bindi. Guido Rossa assassinato perché aveva denunciato un brigatista nella fabbrica in cui lavorava. Il magistrato Emilio Alessandrini ammazzato da Prima Linea. Uomini scelti, pedinati, processati da tribunali immaginari e infine giustiziati.
Esiste però un’altra fotografia degli anni Settanta, molto meno visibile. È quella di una parte dell’Italia colta che davanti alla violenza rivoluzionaria esitò. Cercò spiegazioni, distinzioni, genealogie. Si interrogò sulle responsabilità dello Stato, sulla repressione, sulla strategia della tensione, sulle ragioni sociali della rivolta. Tutte questioni legittime. Intanto si sparava. Questo è il punto che, tanti anni dopo, continua a fare rabbia.
Le Brigate Rosse nascono all’interno della storia dell’estrema sinistra italiana. Il loro linguaggio non arriva da Marte. «Imperialismo», «Stato delle multinazionali», «borghesia», «proletariato», «lotta di classe», «avanguardia rivoluzionaria»: erano parole che circolavano da anni nelle università, nelle assemblee, nei collettivi, nelle riviste. I brigatisti portarono quelle parole fino alla loro conseguenza più feroce, trasformando il nemico politico in un bersaglio fisico.
Fu Rossana Rossanda, nel marzo 1978, mentre Moro era prigioniero delle BR, a dire la cosa che molti preferivano non sentire. Chi aveva militato nel comunismo, scrisse in sostanza, riconosceva nel linguaggio brigatista qualcosa di familiare. Da lì nacque l’espressione destinata a rimanere nella storia: «album di famiglia». Rossanda non stava giustificando le Brigate Rosse. Faceva qualcosa di più doloroso: riconosceva una parentela. Il brigatismo apparteneva, sia pure nella sua degenerazione criminale, a una storia della sinistra rivoluzionaria. Negarlo serviva soprattutto a tranquillizzare chi quella storia l’aveva attraversata.
Il PCI di Enrico Berlinguer scelse invece una linea inequivocabile. Difese le istituzioni repubblicane, sostenne la fermezza durante il sequestro Moro e si schierò contro il terrorismo. È importante ricordarlo, proprio perché la storia diventa propaganda quando si mette tutto nello stesso sacco. Altrove l’ambiguità durò più a lungo.
Una parte dell’estrema sinistra vedeva nello Stato il problema fondamentale e faticava quindi ad accettare che, in quel momento, difendere lo Stato democratico significasse difendere anche la libertà. La formula «né con lo Stato né con le BR», spesso attribuita impropriamente a Leonardo Sciascia, riassume comunque bene un clima. Come se fra una democrazia imperfetta, criticabile, talvolta attraversata da zone oscure, e un’organizzazione clandestina che sequestrava e assassinava fosse necessario mantenere una qualche equidistanza morale.
E proprio qui si produsse il cortocircuito.
Per alcuni intellettuali la condanna del terrorismo doveva essere immediatamente accompagnata da un’avversativa. Sì, le BR sbagliano, però lo Stato. Sì, la violenza è inaccettabile, però la repressione. Sì, l’omicidio è terribile, però bisogna comprenderne le cause. Quel “però” pesò enormemente. Comprendere le cause è il mestiere dello storico. Giustificare moralmente è un’altra faccenda. In quegli anni la distanza fra le due cose diventò pericolosamente sottile.
Il problema riemerse con enorme forza il 7 aprile 1979, quando l’inchiesta del magistrato Pietro Calogero portò all’arresto di Toni Negri e di numerosi esponenti dell’Autonomia operaia. L’impianto originario dell’accusa conteneva ipotesi che i processi successivi avrebbero ridimensionato e in alcuni casi fatto cadere. Era dunque giusto discutere le garanzie, contestare accuse non provate, pretendere processi rigorosi. Ma attorno a quella vicenda emerse anche una difficoltà culturale più profonda: riconoscere quanto fosse diventato poroso il confine fra teorizzazione della violenza e pratica della violenza.
In Italia e soprattutto in Francia, una parte dell’intellighenzia trasformò alcuni protagonisti di quell’area in simboli della repressione dello Stato. Toni Negri avrebbe trovato a Parigi protezioni e solidarietà prestigiose. Era più facile riconoscere il filosofo perseguitato che interrogarsi fino in fondo sulla cultura politica dentro la quale la lotta armata aveva potuto crescere.
Il terrorismo rosso ebbe anche bisogno di questo ambiente. Non necessariamente di complici. Ebbe bisogno di un clima nel quale certe parole rendevano pensabile ciò che, qualche metro più avanti, qualcuno avrebbe reso possibile con una pistola. Prima viene la disumanizzazione dell’avversario. Poi qualcuno trae le conseguenze.
Il dirigente diventa «servo del capitale». Il magistrato diventa «boia di Stato». Il giornalista è un «servo del regime». Il poliziotto è soltanto un «repressore». Il professore è un ingranaggio del sistema. A quel punto l’individuo scompare e rimane la funzione. E sparare a una funzione è psicologicamente molto più facile che sparare a un uomo. Ci vollero morti. Molti morti. Ci volle Moro. Ci vollero Guido Rossa, Alessandrini, Bachelet, Tobagi e tanti altri. Ci volle la scoperta che la rivoluzione immaginata nelle assemblee aveva prodotto uomini armati che decidevano chi meritasse di vivere.
Alla fine gran parte della sinistra italiana reagì. E reagì con forza. Sindacati, PCI, operai, giornalisti, magistrati, insegnanti contribuirono in maniera decisiva a isolare il terrorismo. Anche questo appartiene alla storia e sarebbe disonesto cancellarlo. Resta però la domanda che vogliamo continuamente porci, perché ricordare con rabbia significa rifiutarsi di addolcire retrospettivamente ciò che accadde: perché ci volle tanto?
Perché persone coltissime, capaci di riconoscere le sfumature più sottili della storia e della filosofia, ebbero bisogno di anni per pronunciare una frase elementare: chi uccide un uomo perché lo considera un nemico politico è un assassino. Forse perché gli assassini parlavano una lingua conosciuta. Ed è questa la lezione che continua a riguardarci. Il terrorismo diventa davvero pericoloso quando intorno a chi spara esiste qualcuno che trova sempre una ragione per aggiungere un “però”. Le parole vengono prima delle pallottole. E qualche volta preparano il posto in cui si andranno a ficcare.