L’odio ha una memoria formidabile. Ricorda tutto, conserva tutto, aspetta pazientemente il momento favorevole. Quello contro Israele, travestito da boicottaggio culturale, ha impiegato più di vent’anni a costruire la propria rispettabilità. Ha frequentato università, occupato cattedre, firmato manifesti, organizzato convegni, attraversato festival cinematografici e premi letterari. Ha imparato a parlare il linguaggio dei diritti umani, della solidarietà, della giustizia. E intanto preparava gli elenchi degli indesiderabili.
Nel 2004 nasce la Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, PACBI. L’obiettivo è esplicito: interrompere le collaborazioni con le istituzioni accademiche e culturali israeliane. Nel 2005 arriva il movimento BDS, Boycott, Divestment and Sanctions, che trasforma quell’impostazione in una campagna internazionale. Il principio è semplice e devastante: Israele deve diventare un Paese culturalmente contagioso. Chi lo frequenta, lo invita, lo rappresenta rischia di esserne contaminato.
Nel 2005 l’Association of University Teachers britannica approva il boicottaggio delle università di Haifa e Bar-Ilan, decisione che viene successivamente revocata, ma il precedente è stabilito. Si può colpire un’università perché israeliana e si può trasformare la nazionalità in un criterio di esclusione e chiamarlo impegno civile.
Il contagio raggiunge presto l’Italia. Nel maggio 2010, a Torino, viene presentata la campagna italiana per il boicottaggio accademico e culturale di Israele. Tra i sostenitori compare anche il filosofo Gianni Vattimo e così la cultura, che dovrebbe insegnare a distinguere, comincia a esercitarsi nell’arte di cancellare.
Poi arrivano gli anni delle pressioni sugli artisti, dei concerti contestati, degli inviti da ritirare, degli accordi universitari da interrompere, e così ogni collaborazione diventa sospetta, ogni israeliano deve dimostrare di meritare il diritto di partecipare. La domanda preliminare riguarda sempre più spesso le sue opinioni politiche, la sua disponibilità a condannare il proprio Paese, la sua capacità di prendere pubblicamente le distanze. Si è installato un tribunale ideologico senza codice e senza appello e chi tace viene considerato colpevole.
Il 7 ottobre 2023 segna una svolta mostruosa. Hamas massacra, stupra, rapisce. Israele conta i morti, cerca i dispersi, piange le famiglie sterminate e in una parte del mondo accademico e culturale occidentale l’urgenza diventa isolare ulteriormente Israele. L’orrore appena consumato contro gli ebrei viene rapidamente sommerso da una mobilitazione che trova nel boicottaggio uno dei propri strumenti prediletti.
Le università si trasformano in campi di battaglia politica e le collaborazioni scientifiche diventano materia di sospetto. Nel 2022 la Middle East Studies Association americana aveva già approvato il sostegno al boicottaggio accademico. Dopo il 7 ottobre, in Europa, diversi atenei sospendono accordi con istituzioni israeliane. Nel settembre 2025 anche Ca’ Foscari decide di interrompere le collaborazioni con enti israeliani coinvolti, direttamente o indirettamente, nella campagna militare, salvaguardando formalmente i rapporti individuali. Eccola, la grande conquista intellettuale del nostro tempo: costruire muri dentro le università e chiamarli ponti verso la pace.
Nel 2025 oltre cinquemila professionisti del cinema sottoscrivono un impegno a boicottare le istituzioni cinematografiche israeliane considerate complici delle politiche governative. Nel 2026 il regista Nadav Lapid, durissimo critico del governo israeliano, rinuncia alla giuria del festival di Marsiglia dopo le proteste contro la sua presenza. Insomma, che sia chiaro: nemmeno essere dissidenti basta più perché il peccato originale è il passaporto.
Alla Biennale di Venezia del 2026 si moltiplicano gli appelli per espellere Israele. La Biennale resiste, rivendicando la libertà dell’arte ma il fatto stesso che si debba difendere la presenza di un artista israeliano dice quanto lontano siamo arrivati. I promotori del boicottaggio assicurano di colpire le istituzioni, evitando discriminazioni personali. Una distinzione che sulla carta appare rassicurante. Nella realtà diventa sempre più fragile, mentre l’isolamento investe artisti, ricercatori e intellettuali, compresi quelli che contestano apertamente il governo israeliano.
Vent’anni di campagne hanno preparato il terreno e il 7 ottobre ha offerto all’ostilità accumulata l’occasione per dilagare. Siamo così arrivati al paradosso finale. Nel mondo che celebra ossessivamente l’inclusione, l’esclusione degli israeliani è diventata per molti una virtù e nei luoghi consacrati alla libertà di pensiero si compilano liste di persone con cui è sconveniente parlare. Chissà se un giorno qualcuno avrà il coraggio di chiedersi quando abbiamo cominciato a chiamare cultura questa nuova, rispettabilissima forma di ostracismo.
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