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RICORDANDO CON RABBIA. Gli amici di Arafat

Politici, giornalisti e intellettuali italiani trasformarono per anni il capo dell’OLP in un romantico combattente per la libertà. Il terrorismo palestinese diventò così una scomoda nota a piè di pagina

Daniele Scalise

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RICORDANDO CON RABBIA. Gli amici di Arafat
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Ci fu un tempo in cui Yasser Arafat in Italia era quasi impossibile da detestare. Si poteva criticare Israele senza difficoltà, si potevano comprendere le ragioni della lotta armata palestinese, si poteva spiegare un attentato con il contesto, l’occupazione, la disperazione, la storia. Con Arafat, invece, bisognava essere prudenti. Quell’uomo con la kefiah, la barba incolta e la fondina alla cintura era riuscito a diventare, agli occhi di una parte consistente della politica, del giornalismo e dell’intellettualità italiana, qualcosa di più di un leader palestinese: era un’icona.

Il processo era cominciato molto prima degli accordi di Oslo e del Nobel per la pace. Già negli anni Settanta e Ottanta l’Italia aveva costruito con l’OLP un rapporto speciale. Roma voleva avere un ruolo nel Mediterraneo, coltivava relazioni con il mondo arabo e cercava una propria autonomia rispetto agli Stati Uniti. Era politica estera, naturalmente, e aveva le sue ragioni. Ma intorno a quella politica crebbe qualcosa di diverso: un’assoluzione culturale.

Arafat smise progressivamente di essere raccontato per ciò che era stato e per ciò che rappresentava. Diventò il guerrigliero, il resistente, l’uomo di un popolo senza Stato. Il lessico fece il resto. I terroristi diventarono militanti, i gruppi armati organizzazioni di liberazione, gli attentati episodi di una guerra asimmetrica. La violenza palestinese disponeva quasi sempre di una spiegazione. Quella israeliana di una colpa. Eppure, la storia che accompagnava l’ascesa di Arafat non aveva niente, ma proprio niente di romantico.

Settembre Nero, Monaco 1972, sequestri, dirottamenti, attentati contro civili: il movimento nazionale palestinese era attraversato da organizzazioni che avevano fatto del terrorismo internazionale uno strumento politico. Non tutto era direttamente riconducibile ad Arafat e sarebbe storicamente scorretto attribuirgli ogni azione compiuta dalle diverse sigle palestinesi. Ma l’OLP che guidava aveva costruito la propria forza anche dentro quel sistema di violenza e ne aveva tratto legittimazione e potere.

In Italia questa parte della storia veniva frequentemente attenuata da una fascinazione che attraversava mondi diversi. La sinistra vedeva nella causa palestinese l’ultima grande lotta anticoloniale. Una parte della Democrazia cristiana guardava all’OLP attraverso la tradizionale politica mediterranea e filoaraba. Bettino Craxi rivendicò con forza il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. Giulio Andreotti costruì con Arafat un rapporto politico duraturo. Nel 1982 il leader dell’OLP arrivò a Roma e partecipò a incontri politici e istituzionali con una visibilità che contribuì ulteriormente alla sua legittimazione. Poi venne l’Achille Lauro.

Il 7 ottobre 1985 quattro uomini del Fronte per la liberazione della Palestina sequestrarono la nave italiana nel Mediterraneo. Tra gli ostaggi c’era Leon Klinghoffer, americano, ebreo, sessantanove anni, costretto su una sedia a rotelle. Gli spararono e gettarono il suo corpo in mare È difficile immaginare un delitto più lontano dall’immagine romantica del combattente per la libertà.

Arafat venne chiamato dal governo italiano per contribuire alla soluzione della crisi e inviò come negoziatore Abu Abbas. Quando l’aereo che trasportava i dirottatori e lo stesso Abbas fu costretto dagli americani ad atterrare a Sigonella, nacque il celebre scontro tra il governo Craxi e l’amministrazione Reagan. L’Italia rivendicò correttamente la propria sovranità e il diritto di giudicare i responsabili di un crimine commesso su una nave italiana. Abu Abbas, però, poté lasciare il Paese.

La giustificazione fu che in quel momento non esistevano elementi sufficienti per arrestarlo. Successivamente la magistratura italiana arrivò a una conclusione assai diversa: Abbas venne riconosciuto come organizzatore del dirottamento e condannato all’ergastolo.

Eppure, nella memoria italiana Sigonella è rimasta soprattutto la notte gloriosa in cui Craxi tenne testa agli americani. Molto meno spazio ha occupato Klinghoffer. Ancora meno il fatto che l’uomo arrivato come emissario di Arafat sarebbe stato giudicato dalla nostra stessa magistratura responsabile dell’operazione terroristica. È questa sproporzione della memoria che continua a nausearmi.

Non perché l’Italia dovesse rifiutarsi di parlare con Arafat. La politica parla anche con i nemici e qualche volta deve parlare persino con gli assassini. Né perché riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato significasse giustificare il terrorismo. Le due cose potevano e dovevano essere tenute separate.Il problema è che troppo spesso non lo furono.

Una parte della cultura italiana trasformò la comprensione politica in indulgenza morale. Arafat venne protetto dalla potenza simbolica della causa che rappresentava. Le sue responsabilità, le ambiguità dell’OLP e il rapporto con la violenza finirono sullo sfondo. Bastava la kefiah o pronunciare la parola Palestina perché il resto diventasse secondario.

Quando nel 1994 Arafat ricevette il Nobel insieme a Yitzhak Rabin e Shimon Peres, sembrò che quella vecchia immagine italiana avesse finalmente ricevuto il sigillo della storia e Arafat era diventato l’uomo della pace. Poi vennero il fallimento del processo negoziale, la seconda Intifada, gli attentati suicidi, il ritorno del sangue.

Ricordare oggi gli amici italiani di Arafat non significa negare la tragedia palestinese né riscrivere la storia fingendo che Israele abbia sempre avuto ragione. Significa ricordare qualcosa di molto più semplice e per questo più scomodo: una causa giusta non rende giusti tutti coloro che sostengono di combattere per essa. Noi italiani, per molti anni, abbiamo preferito dimenticarlo. E Leon Klinghoffer, sulla sua sedia a rotelle, gettato nel Mediterraneo, resta lì a ricordarcelo.