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USA. La pediatra con la kefiah e la mano rossa

La laureanda della University of California San Diego accusata di avere esibito simboli percepiti come ostili agli ebrei durante la cerimonia di laurea. Le organizzazioni mediche ebraiche chiedono verifiche prima del suo ingresso all’Università del Minnesota

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
USA. La pediatra con la kefiah e la mano rossa

Una cerimonia di laurea che avrebbe dovuto celebrare l’ingresso di una nuova generazione di medici nella professione si è trasformata negli Stati Uniti in un caso nazionale che intreccia politica, antisemitismo, libertà di espressione e fiducia nel rapporto tra medico e paziente. Al centro della controversia c’è Morgan Chalmers, neolaureata in medicina presso la University of California San Diego e prossima a iniziare una specializzazione in pediatria all’Università del Minnesota.

Durante la cerimonia di conferimento dei diplomi, Chalmers ha attraversato il palco esibendo una bandiera palestinese sulla quale compariva la scritta “Divest from Death”, espressione utilizzata da gruppi che chiedono il disinvestimento da aziende e istituzioni legate a Israele. A suscitare reazioni ancora più forti è stata però la kefiah che indossava, sulla quale era raffigurata una mano rossa.

Quel simbolo viene associato da molti ebrei all’episodio di Ramallah del 12 ottobre 2000, quando due riservisti israeliani, Vadim Norzhich e Yossi Avrahami, furono linciati da una folla palestinese. Una delle immagini più note di quel giorno mostra uno degli aggressori affacciato a una finestra con le mani insanguinate alzate verso la folla. Da allora la “mano rossa” è diventata, per una parte consistente del mondo ebraico, un simbolo di violenza antiebraica.

Il caso ha immediatamente provocato proteste da parte della Jewish Medical Association e di altre organizzazioni ebraiche americane. In una lettera indirizzata alle autorità accademiche e sanitarie coinvolte nella futura formazione della giovane pediatra, l’associazione ha sostenuto che l’esibizione pubblica di simboli percepiti come ostili agli ebrei rischia di compromettere la fiducia indispensabile nel rapporto medico-paziente.
Secondo il testo della lettera, il problema non riguarda l’esistenza di opinioni politiche personali, che restano pienamente legittime in una società democratica, bensì la scelta di manifestarle in modo così vistoso in un contesto professionale che dovrebbe rappresentare universalità, neutralità e servizio verso tutti i pazienti senza distinzioni.

Le critiche sono state alimentate anche dal racconto di alcuni membri della comunità universitaria. Un docente della University of California San Diego, citato in forma anonima da diverse organizzazioni che hanno seguito la vicenda, ha definito l’episodio “inappropriato e divisivo”, sostenendo che molti studenti ebrei potrebbero sentirsi meno sicuri in un ambiente dove simboli di questo tipo vengono accolti senza contestazioni.

Durante la cerimonia, infatti, nessun componente del corpo docente presente sul palco ha interrotto o criticato l’iniziativa. Alcuni presenti hanno addirittura applaudito il passaggio della studentessa, elemento che ha ulteriormente irritato le associazioni ebraiche locali.
Morgan Chalmers ha successivamente difeso la propria scelta attraverso i social network. In un messaggio pubblicato online ha dichiarato di essere orgogliosa di unirsi alle migliaia di studenti che chiedono la fine di quella che definisce la “complicità istituzionale nell’occupazione della Palestina”. Le sue parole hanno ricevuto sostegno da ambienti attivisti e da gruppi universitari pro-palestinesi, che considerano la protesta una forma legittima di espressione politica.

La controversia si è poi ampliata quando alcuni esponenti della comunità ebraica hanno sostenuto di avere individuato precedenti attività online della giovane dottoressa. Secondo queste accuse, ancora oggetto di verifiche e contestazioni, Chalmers avrebbe condiviso o sostenuto contenuti fortemente ostili a Israele e avrebbe preso parte a campagne online contro studenti ebrei dell’ateneo.
L’Università del Minnesota, dove la neolaureata dovrebbe iniziare la specializzazione in pediatria, è stata investita direttamente dalla polemica. Le organizzazioni che hanno scritto all’amministrazione non chiedono formalmente l’esclusione della futura specializzanda, ma sollecitano una valutazione approfondita della vicenda e delle sue possibili implicazioni sul piano professionale.

Il caso si inserisce in un clima sempre più teso nei campus americani dopo il 7 ottobre 2023. Negli ultimi due anni numerose università statunitensi sono diventate terreno di scontro tra attivisti pro-palestinesi e studenti ebrei, mentre diverse inchieste del Congresso e del Dipartimento dell’Istruzione hanno esaminato accuse di discriminazione e antisemitismo negli ambienti accademici.

La questione che emerge dalla vicenda di San Diego va oltre la singola persona. Riguarda il confine tra attivismo politico e responsabilità professionale in professioni che richiedono la fiducia assoluta di chi si affida alle cure di un medico. Per molti osservatori il punto centrale resta proprio questo: quando un professionista della salute sceglie di identificarsi pubblicamente con simboli che una parte dei pazienti percepisce come ostili, il dibattito smette di essere soltanto politico e diventa una questione di fiducia reciproca, elemento senza il quale nessuna relazione terapeutica può funzionare davvero.