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Keshet Italia: “Esclusi a Napoli perché ebrei. Ora i Pride scelgano da che parte stare”

Dopo le contestazioni e le intimidazioni subite al Napoli Pride, Raffaele Sabbadini, copresidente di Keshet Italia, racconta a Setteottobre perché non si è trattato di un problema di ordine pubblico ma di un caso di discriminazione antisemita

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 6 min
Keshet Italia: "Esclusi a Napoli perché ebrei. Ora i Pride scelgano da che parte stare"

Lo squadrismo antisemita si è di nuovo scatenato. Al Napoli Pride di sabato 27 giugno quella che avrebbe dovuto essere una giornata di festa e rivendicazione dei diritti si è trasformata, per i rappresentanti di Keshet Italia, in un episodio di aggressione, intimidazione e discriminazione: un copione intimidatorio che questi neofascisti conoscono bene perché lo ripropongono da tempo e ogni volta che se ne presenta l’occasione.

Durante la manifestazione sono volati insulti e minacce contro i volontari e gli attivisti ebrei LGBTQIA+, apostrofati come “assassini”, accusandoli di “uccidere ‘e criature” e contestandone la presenza al corteo (nota: per gli ignari, nell’ultimo aggiornamento lessicale l’acronimo intende menzionare lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessualimentre il segno+include tutte le altre identità e orientamenti non esplicitamente elencati, come ad esempio persone pansessuali, non binarie, genderfluid e altre). Pur non esibendo bandiere o simboli politici, ma soltanto una kippah rainbow, i membri di Keshet raccontano di essere stati presi di mira da un gruppo di fanatici, di non aver avuto la possibilità di intervenire dal palco come era previsto inizialmente e di essere rimasti bloccati per circa un’ora nel backstage mentre all’esterno venivano scanditi slogan come “Via i sionisti dal Pride”.

Per capire che cosa è accaduto, quali responsabilità vengono attribuite agli organizzatori e quali conseguenze questa vicenda potrebbe avere per il futuro dei Pride italiani, siamo andati da Raffaele Sabbadini, copresidente di Keshet Italia, l’associazione che riunisce e rappresenta le persone ebree LGBTQIA+ e promuove l’inclusione, il dialogo e il contrasto a ogni forma di discriminazione all’interno della comunità ebraica e della società italiana.

Setteottobre –Dici che siete stati esclusi “perché ebrei”. Qual è il momento preciso in cui avete capito che non si trattava più di un problema di ordine pubblico ma di una discriminazione antisemita?

Raffaele Sabbadini – Lo abbiamo capito subito dalle argomentazioni addotte e dalle verifiche effettuate su quanto sostenuto da una delle associazioni componenti il comitato Napoli Pride. Infatti, le verifiche hanno smentito l’ipotesi di un problema di ordine pubblico: le autorità competenti hanno confermato che non esisteva alcuna ragione di questo genere che potesse impedirci di intervenire.

Le argomentazioni utilizzate per sostenere questa tesi arrivavano addirittura a richiamare presunti nostri comportamenti durante il Pride che, secondo questa associazione, avrebbero provocato la reazione della piazza, che in realtà era costituita da una ventina di scalmanati che hanno bloccato il nostro carro all’arrivo. Abbiamo cercato di capire il perché di questa ricostruzione, ma non abbiamo trovato alcuna spiegazione.
Non avevamo avuto alcuna polemica con nessuno durante il corteo, non avevamo le nostre bandiere rainbow con la stella ebraica né altri simboli politici. Avevamo soltanto quanto era stato comunicato e approvato dal comitato: le kippot rainbow, un simbolo notoriamente religioso ebraico.
Evidentemente erano quelle l’unico elemento preso a pretesto da quelle venti persone.Tra l’altro, le kippot erano già state al centro delle polemiche lo scorso anno per la nostra presenza sul carro del comitato. Quindi non esisteva un problema di ordine pubblico. E allora la presunta impossibilità di sfilare con un simbolo religioso ebraico è, oppure no, antisemitismo?
Ma non è finita. Oltre all’antisemitismo siamo stati sottoposti anche a quello che in inglese si definisce victim blaming: secondo questa organizzazione saremmo stati noi stessi la causa dell’irritazione e dell’antisemitismo di queste persone violente e, quindi, della nostra esclusione dal palco.

Setteottobre– Al Pride non avevate bandiere israeliane né simboli politici, ma soltanto una kippah rainbow. Se perfino un simbolo religioso e identitario viene percepito come una provocazione, che messaggio riceve oggi un ebreo LGBTQIA+ in Italia? E se ci fosse stata una bandiera israeliana, sarebbe stato un motivo valido per giustificare l’aggressione fascista?

R. Sabbadini – Un messaggio di drammatica esclusione, che non ha alcuna ragion d’essere e che, soprattutto, viola la nostra Costituzione, perché fondato su motivazioni religiose. Allo stesso modo non sono accettabili esclusioni basate sulla presenza, nella nostra bandiera rainbow, della stella di David, che sintetizza la nostra identità ebraica e LGBTQIA+ e che rappresenta da sempre il simbolo dell’ebraismo, solo successivamente inserito anche nella bandiera di Israele.Quanto alla bandiera israeliana, riteniamo che sia fuori luogo in una manifestazione come il Pride, così come riteniamo fuori luogo le bandiere di qualunque altro Stato, da quella palestinese a quella sudanese, con la quale viene spesso confusa. In ogni caso, nulla giustifica un’aggressione violenta e fascista.

Setteottobre– Secondo voi, quanto è stato un episodio isolato e quanto invece è il sintomo di un antisemitismo che sta entrando in una parte del movimento LGBTQ+ e della sinistra radicale?

R. Sabbadini – La situazione è sicuramente molto preoccupante in tutti i movimenti per i diritti civili e noi lo denunciamo all’interno del movimento LGBTQIA+ e di quello femminista fin dai giorni successivi al 7 ottobre.

All’epoca rivolgemmo un appello a tutte le organizzazioni LGBTQIA+. Lo abbiamo denunciato nelle sedi istituzionali, nei Pride e anche al parlamento europeo, ospiti della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, insieme ad altre organizzazioni.La radicalizzazione sul Medio Oriente è evidente e noi stiamo lavorando affinché i Pride tornino a essere principalmente luoghi di incontro, dialogo e rivendicazione dei diritti LGBTQIA+. Se questo non accadrà, la continua esclusione di soggetti diversi finirà inevitabilmente per frammentare e snaturare il movimento stesso.

Setteottobre– Che cosa chiedete adesso agli organizzatori dei Pride italiani? Vi aspettate delle scuse, delle garanzie concrete o un’assunzione di responsabilità più ampia?

R. Sabbadini – Le scuse non bastano. Bisogna lavorare seriamente su questi temi. Abbiamo iniziato a farlo con il Roma Pride, immaginando insieme un percorso molto interessante e entrando, grazie all’interlocuzione con Roma Capitale, nel coordinamento per il 2027. È un primo passo verso una ricomposizione della situazione.Sabato, a Napoli, la situazione non è stata semplice, ma da vicende come questa può nascere un confronto costruttivo.
Gran parte del Napoli Pride è dialogante e questo lascia sperare nella possibilità di costruire un percorso comune contro antisemitismo, violenza e sopraffazione.È significativo che il portavoce del Napoli Pride, al termine della manifestazione, abbia preso la parola per condannare le violenze di questo gruppo di estremisti, comprese quelle antisemite, ed esprimere solidarietà a Keshet.

Sul palco erano presenti il Napoli Pride, una figura storica del movimento LGBTQIA+ come Vanni Piccolo, il Beirut Pride, l’Odessa Pride e soprattutto le rappresentanti dell’EuroPride 2027 di Torino.È un segnale incoraggiante perché, in vista dell’EuroPride 2027 di Torino, sarà fondamentale affrontare questi temi insieme a Keshet Europe, che riunisce le principali associazioni Keshet europee.Vogliamo infine ringraziare Antinoo Arcigay Napoli, principale promotrice del Napoli Pride, il suo direttivo, il presidente Antonello Sannino e tutte le persone militanti che hanno avuto il coraggio di difendere la nostra presenza e il nostro diritto a partecipare al Pride come ebrei LGBTQIA+ visibili.