«Gli ebrei di New York sono in pericolo». Con questa risposta, secca e priva di esitazioni, il console generale d’Israele a New York, Ofir Akunis, ha descritto la situazione della più grande comunità ebraica della diaspora, sostenendo che l’antisemitismo negli Stati Uniti ha raggiunto un livello che richiede una risposta molto più incisiva da parte delle autorità. Le sue dichiarazioni, rilasciate all’emittente pubblica israeliana Kan Moreshet, arrivano in un momento in cui gli episodi di violenza contro gli ebrei continuano a suscitare forte preoccupazione sia negli Stati Uniti sia in Israele.
Akunis ha spiegato che New York, per decenni considerata uno dei luoghi più sicuri al mondo per la vita ebraica fuori da Israele, sta vivendo un cambiamento profondo. A suo giudizio il clima di ostilità, inizialmente emerso nelle manifestazioni organizzate nei campus universitari dopo il 7 ottobre 2023, si è progressivamente trasferito nelle piazze, nei quartieri cittadini e perfino davanti alle sinagoghe, alimentando un senso crescente di insicurezza.
Secondo il console, gli attacchi fisici contro cittadini ebrei sono aumentati in maniera significativa rispetto agli anni precedenti e alcune manifestazioni sono state organizzate deliberatamente in aree con una forte presenza ebraica, contribuendo ad accrescere la tensione. «La situazione è peggiorata sensibilmente», ha osservato, sottolineando che la preoccupazione riguarda ormai la vita quotidiana di molte famiglie.
Le parole di Akunis trovano riscontro nei dati diffusi negli ultimi mesi dalle organizzazioni che monitorano l’antisemitismo negli Stati Uniti. L’Anti-Defamation League ha registrato nel 2024 il numero più elevato di episodi antisemiti mai rilevato dall’inizio delle sue statistiche, una crescita che è proseguita anche nel corso del 2025 attraverso aggressioni, intimidazioni, vandalismi e minacce rivolte contro persone, scuole, sinagoghe e istituzioni ebraiche. Anche l’FBI continua a indicare gli ebrei come il gruppo religioso più frequentemente colpito dai crimini d’odio denunciati nel Paese.
Il console israeliano ha rivolto critiche anche ad alcuni esponenti politici americani, citando in particolare il sindaco di New York Zohran Mamdani, eletto recentemente, sostenendo che determinate dichiarazioni contro Israele contribuiscano a creare un’atmosfera che favorisce l’ostilità verso gli ebrei. A suo giudizio molte delle accuse rivolte allo Stato ebraico nascono da una conoscenza superficiale della realtà israeliana e finiscono per alimentare un clima che supera la critica politica e investe direttamente la comunità ebraica.
Akunis ha poi espresso insoddisfazione per la risposta delle istituzioni americane. Pur riconoscendo che le autorità hanno preso atto dell’aumento degli episodi antisemiti, ritiene che le sole dichiarazioni di solidarietà non siano sufficienti. «Abbiamo bisogno di un’applicazione rigorosa della legge, di una risposta ferma e di procedimenti giudiziari concreti contro chi commette crimini d’odio», ha affermato.
Interpellato sull’eventualità di invitare gli ebrei americani a trasferirsi in Israele, Akunis ha distinto chiaramente il proprio convincimento personale dal ruolo diplomatico che ricopre. Ha ricordato di considerare Israele il centro della vita nazionale del popolo ebraico, aggiungendo però che, nella sua funzione di console generale, non gli compete incoraggiare l’aliyah, vale a dire l’immigrazione degli ebrei nello Stato di Israele.
Le sue parole riflettono un cambiamento che molti osservatori della vita ebraica americana descrivono da tempo. Per generazioni New York ha rappresentato il simbolo di una convivenza che sembrava consolidata e sicura. Oggi quella certezza appare molto meno scontata e il dibattito si concentra sempre più sulla capacità delle istituzioni di garantire protezione a una comunità che continua a essere uno dei bersagli privilegiati dell’odio antisemita.

