Home > In evidenza > Fauda. L’attore arabo israeliano sfida gli insulti

Fauda. L’attore arabo israeliano sfida gli insulti

Roaad Azar racconta le minacce ricevute dopo avere interpretato un membro della Nukhba e rivendica la scelta “Quel giorno Hamas è venuto a uccidere tutti senza distinguere religione o origine”

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Fauda. L'attore arabo israeliano sfida gli insulti

Roawd Azar sapeva che interpretare un terrorista della Nukhba nei due episodi più duri della nuova stagione di Fauda gli avrebbe presentato un conto personale molto pesante. Quel conto è arrivato sotto forma di insulti, accuse di tradimento e minacce sui social, dove qualcuno lo ha bollato come “sionista traditore” promettendo perfino di andarlo a cercare. L’attore arabo israeliano, però, non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro e continua a difendere quella scelta, spiegando che il 7 ottobre rappresenta una ferita che riguarda tutti gli israeliani, indipendentemente dall’identità religiosa o etnica.

Le puntate sette e otto della quinta stagione di Fauda, trasmesse questa settimana da Yes, ricostruiscono il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 con un realismo tanto intenso da spingere la produzione a pubblicare un’avvertenza senza precedenti, suggerendo agli spettatori più sensibili di evitare la visione senza compromettere la comprensione della trama generale. Una decisione rara per una serie che ha costruito il proprio successo proprio sulla durezza delle situazioni raccontate.

Per Roaad Azar, trentasette anni, affrontare quel personaggio ha significato entrare in una dimensione psicologica dalla quale è stato difficile uscire. L’attore, intervistato da Ynet, racconta di avere trascorso notti insonni mentre cercava di immedesimarsi in uomini responsabili delle atrocità del 7 ottobre. Il dolore, spiega, era ancora più vicino perché due suoi amici, Gali e Ziv Berman, furono rapiti dal kibbutz Kfar Aza e sono tornati soltanto con il più recente accordo per il rilascio degli ostaggi.

Anche lui, quella mattina, visse ore di angoscia. Telefonò ad alcuni amici che si trovavano nel kibbutz e uno di loro riuscì soltanto a dirgli: “Fratello, racconta a tutti che qui stanno uccidendo la gente, stanno sparando a tutti”, prima che la comunicazione si interrompesse. Per giorni non riuscì a dormire. In quel periodo lavorava anche nelle squadre di pronto intervento impiegate durante grandi eventi, comprese le feste come il Nova Festival. Gli avevano proposto di lavorare proprio al Nova, ma aveva rinunciato per dedicarsi a un nuovo spettacolo teatrale. Oggi è convinto che quella scelta gli abbia salvato la vita.

Le riprese hanno lasciato un segno anche fuori dal set. Azar racconta di essersi sorpreso a guardarsi continuamente alle spalle, temendo che qualcuno lo scambiasse davvero per un terrorista. Con la testa rasata e la barba lunga usata per il ruolo, perfino uscire a fumare una sigaretta diventava motivo di apprensione, tanto che la produzione preferiva non lasciarlo mai da solo mentre sul set risuonavano colpi d’arma da fuoco che avevano già provocato proteste tra i residenti della zona.

La sua carriera è costruita spesso su personaggi scomodi. Criminali, terroristi, uomini violenti. Un destino artistico che lui attribuisce anche al proprio aspetto fisico, raccontando episodi di controlli continui, perquisizioni e diffidenza subiti nella vita quotidiana. Eppure considera questi ruoli una responsabilità professionale prima ancora che artistica. “Nei grandi film di Hollywood servivano attori per interpretare i nazisti”, osserva. “Che differenza c’è?”.

Il passaggio più significativo dell’intervista arriva quando spiega perché ha accettato di impersonare un membro della Nukhba. “Per me è una missione”, afferma. “Il 7 ottobre non hanno controllato se davanti avevano un ebreo, un musulmano, un cristiano, un buddista o un ateo. Sono venuti a uccidere tutti”.

Azar vive oggi a Haifa e ricorda che uno dei missili lanciati dall’Iran durante l’ultima guerra è caduto accanto al suo edificio. Racconta anche la storia della propria famiglia, profondamente legata allo Stato di Israele, con un padre ex poliziotto, uno zio morto durante il servizio militare e una lunga tradizione di arruolamento.

Le reazioni restano profondamente divise. Accanto agli insulti ricevuti online, l’attore dice di avere incontrato l’affetto di molte famiglie delle vittime del terrorismo, che lo ringraziano per avere contribuito a raccontare quella tragedia. Lui risponde incoraggiandole e condividendo il loro dolore, convinto che il compito di un interprete consista anche nel dare un volto ai capitoli più bui della storia, perché il pubblico possa guardarli senza distogliere gli occhi.

Alla fine, con un sorriso, preferisce alleggerire il racconto ricordando l’episodio che ha fatto sorridere molti spettatori. In una scena il suo personaggio trova una torta in frigorifero mentre cerca di stanare una famiglia. “Era la torta più buona che abbia mai mangiato”, racconta divertito. Da allora, confessa, tantissimi gli fanno sempre la stessa domanda. Com’è quella torta? E lui risponde ridendo che sì, ne è valsa davvero la pena.