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Francia. Niente casa al rabbino che rifiuta di condannare Israele

Per affittare una villetta gli chiedono una dichiarazione politica, lui rifiuta e la prenotazione viene cancellata con il rimborso della caparra

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
Francia. Niente casa al rabbino che rifiuta di condannare Israele

Una vacanza in famiglia si è trasformata in un interrogatorio politico e, soprattutto, in una domanda che nessun altro ospite avrebbe probabilmente ricevuto. Al rabbino britannico Yoni Birnbaum, guida della comunità di Finchley a Londra, è stato chiesto di dichiarare per iscritto la propria condanna delle operazioni militari israeliane a Gaza, in Giudea e Samaria e in Libano come condizione per poter soggiornare in una casa vacanze nei pressi di Vesoul, nell’est della Francia. Davanti al suo rifiuto, i proprietari hanno annullato la prenotazione restituendo l’acconto già versato.

La vicenda, raccontata inizialmente dal Jewish Chronicle e ripresa dal Telegraph, va ben oltre una controversia privata fra locatore e cliente, perché fotografa un fenomeno sempre più frequente in Europa, dove agli ebrei viene richiesto di prendere pubblicamente le distanze da Israele per dimostrare di essere accettabili. Una sorta di certificato morale che finisce per trasformare l’identità ebraica in un elemento da giustificare anziché in una semplice appartenenza religiosa o culturale.

Birnbaum aveva prenotato la casa all’inizio di maggio utilizzando il proprio indirizzo di posta elettronica personale, che contiene la parola “rabbi”. Dopo avere accettato la prenotazione e ricevuto il cinquanta per cento del pagamento, i proprietari hanno deciso di cercare informazioni sul loro ospite e gli hanno inviato una lunga email. Nel messaggio spiegavano di avere scoperto che era un rabbino e gli chiedevano di confermare l’appartenenza a un movimento ebraico liberale che condannasse «le azioni violente dell’esercito israeliano», precisando che, in caso contrario, non avrebbero potuto ospitarlo perché ciò sarebbe stato incompatibile con i loro principi.

La risposta del rabbino è stata altrettanto articolata. Ha ricordato di essere un cittadino britannico, di non avere mai parlato della propria religione durante gli scambi con i proprietari e di essersi trovato improvvisamente sottoposto a quello che ha definito un vero e proprio “test di purezza”. Nella sua lettera ha posto una domanda semplice: un cliente musulmano o una persona di origine iraniana avrebbero ricevuto lo stesso trattamento soltanto a causa del loro nome o della loro appartenenza religiosa?

I proprietari hanno respinto l’accusa di discriminazione sostenendo di avere giudicato soltanto le convinzioni personali del loro interlocutore. L’argomento, tuttavia, si scontra con un dato difficilmente contestabile. Nessuna verifica sarebbe stata avviata se l’indirizzo email non avesse rivelato che Birnbaum era un rabbino. La sua identità ebraica è stata il punto di partenza dell’intera vicenda.

Il caso arriva mentre in Francia continua a crescere la preoccupazione per l’antisemitismo. Dopo il 7 ottobre 2023 il paese ha registrato un’impennata di episodi ostili contro gli ebrei e il ministero dell’Interno francese ha più volte segnalato livelli di aggressioni e intimidazioni senza precedenti negli ultimi decenni, inducendo il presidente Emmanuel Macron a chiedere un rafforzamento delle misure di contrasto.

La riflessione finale di Birnbaum colpisce proprio perché esce dal caso personale. Una società, osserva, entra in una zona pericolosa quando un ebreo smette di essere semplicemente un cliente, un vicino di casa, uno studente o un turista e viene chiamato, prima di tutto, a spiegare le proprie idee su Israele. Da quel momento il rapporto fra cittadini non poggia più sull’uguaglianza, ma su una selezione preventiva fondata sull’identità. Ed è proprio questa richiesta di giustificazione permanente che rende l’episodio francese qualcosa di molto più grave di una prenotazione cancellata.