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RICORDANDO CON RABBIA. Quando l’Occidente si innamorò di Khomeini

Nel 1979 giornalisti, intellettuali e politici guardarono all’ayatollah come a un liberatore. Qualcuno lo paragonò a Gandhi, qualcuno parlò di un “santo”. Poi arrivarono le esecuzioni, il velo imposto, la repressione e la teocrazia

Daniele Scalise

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RICORDANDO CON RABBIA. Quando l’Occidente si innamorò di Khomeini
Iimmagine generata con AI

Il 1° febbraio 1979 Ruhollah Khomeini tornò in Iran dopo quindici anni di esilio. L’Air France che lo riportava a Teheran sembrava trasportare un profeta. Milioni di persone invasero le strade. La monarchia dello Scià stava crollando e una parte considerevole dell’Occidente decise che quell’anziano religioso vestito di nero, arrivato dalla Francia, rappresentava la liberazione. Fu uno dei grandi abbagli politici e intellettuali del Novecento.

Bernardo Valli, inviato di Repubblica, raccontò magistralmente quella giornata. Il suo reportage del 2 febbraio contiene una frase rimasta impressa: «Lo Scià è partito, il santo è ritornato». Descrive Khomeini che, appena arrivato, raggiunge il cimitero Behesht-e Zahra e davanti a una folla sterminata annuncia che sarà lui a nominare il nuovo governo. «Spetta a me», dice. Il segnale è già lì, enorme. Eppure l’Occidente vede soprattutto ciò che desidera vedere.

Il caso più clamoroso è Michel Foucault. Il grande filosofo francese segue la rivoluzione iraniana, ne resta affascinato, cerca dentro quella mobilitazione qualcosa che sfugga alle categorie politiche occidentali. Parla di «spiritualità politica». Ancora l’11 maggio 1979, quando le esecuzioni sono ormai centinaia, difende il significato della rivolta pur distinguendolo dal «governo sanguinario di un clero integralista». Foucault era troppo intelligente per essere liquidato come un ingenuo. Ed è proprio questo a rendere la vicenda interessante. L’Iran offriva a una parte della cultura europea tutto ciò che in quegli anni esercitava un fascino irresistibile: una rivoluzione, le masse, la caduta di un sovrano sostenuto dagli Stati Uniti, la rivolta contro l’Occidente, il Terzo mondo che alzava la testa. Il resto diventava dettaglio.

In Italia l’entusiasmo raggiunse anche territori paradossali. Lotta Continua mandò un inviato a Teheran e pubblicò cronache tanto entusiaste della rivoluzione khomeinista che alcuni suoi stessi lettori protestarono. Una loro battuta diceva tutto: «Se l’ayatollah alza la sottana, Lotta Continua diventa musulmana?». La fascinazione superava del resto la sinistra. Negli ambienti della destra radicale italiana la rivoluzione islamica veniva interpretata come esempio di rivolta antiborghese e antioccidentale; nel maggio 1979 l’Unità riferiva dell’«esaltazione marcata» di Khomeini presente in ambienti dell’eversione neofascista. Il cortocircuito era quasi perfetto: estremisti di segno opposto potevano ritrovarsi nell’ammirazione per chi prometteva di abbattere l’ordine liberale.

Fuori dall’Italia si arrivò ancora più lontano. Andrew Young, ambasciatore americano alle Nazioni Unite nell’amministrazione Carter, predisse che Khomeini sarebbe stato considerato «una sorta di santo» una volta superato il panico del momento. Richard Falk, professore a Princeton, scrisse sul New York Times un articolo intitolato significativamente “Trusting Khomeini”. Sosteneva che rappresentarlo come un fanatico reazionario portatore di rozzi pregiudizi fosse sostanzialmente falso e arrivava a ipotizzare che l’Iran potesse offrire un modello di governo umano per il Terzo mondo. Era il 16 febbraio 1979. Le informazioni per dubitare esistevano già. Khomeini aveva elaborato da anni la dottrina del velayat-e faqih, il governo del giurista islamico. La futura Repubblica islamica avrebbe infatti sottoposto le istituzioni politiche all’autorità religiosa. Poi vennero i fatti. Le esecuzioni sommarie degli uomini del vecchio regime. La repressione degli oppositori. L’attacco alla libertà delle donne. La persecuzione dei bahá’í. La cancellazione progressiva delle forze laiche e di sinistra che avevano contribuito alla caduta dello Scià.

La presa degli ostaggi nell’ambasciata americana. Una rivoluzione alla quale comunisti e progressisti iraniani avevano partecipato finì per divorarli.

Ci fu però chi guardò Khomeini senza inginocchiarsi davanti all’esotismo rivoluzionario. Oriana Fallaci andò a Qom nel settembre 1979 e gli pose le domande che molti avevano evitato. Gli parlò di dittatura, di libertà, della condizione femminile. Quando Khomeini le spiegò che il chador era destinato alle donne «giovani e perbene», lei se lo tolse davanti a lui. L’intervista uscì sul Corriere della Sera il 26 settembre. Quel gesto resta una fotografia straordinaria di due modi opposti di guardare il potere.

Da una parte l’intellettuale occidentale che, affascinato dalla rivoluzione, cerca nel tiranno qualcosa di più profondo, più autentico, più spirituale di ciò che vede. Dall’altra il giornalista che fa il mestiere più elementare e più difficile: ascolta quello che il potente dice e gli chiede conto delle sue parole. Khomeini, in fondo, aveva nascosto assai meno di quanto si sarebbe poi raccontato. Fummo noi occidentali, troppe volte, a preferire il personaggio che avevamo inventato all’uomo che avevamo davanti.