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RICORDANDO CON RABBIA. 9 ottobre 1982, la bara davanti alla Sinagoga non era più vuota

Prima il corteo sindacale e l’odio contro gli ebrei romani, poi la vigilanza assente. Infine le bombe palestinesi e Stefano Gaj Taché, due anni, ucciso davanti al Tempio

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
RICORDANDO CON RABBIA. 9 ottobre 1982, la bara davanti alla Sinagoga non era più vuota

La bara era arrivata prima del morto. Il 25 giugno 1982 un corteo sindacale attraversò Roma per protestare contro la guerra in Libano. Quando passò davanti al Tempio Maggiore, qualcuno depose una bara vuota davanti alla Sinagoga. Il destinatario del messaggio era inequivocabile. Non l’ambasciata israeliana, non una sede diplomatica, non il governo di Menachem Begin. La Sinagoga. Gli ebrei di Roma venivano chiamati a rispondere delle azioni dello Stato d’Israele. (Vi ricorda qualcosa?)

Tullia Zevi, allora presidente dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, avrebbe ricordato un anno dopo proprio quella manifestazione, «con la bara e le grida antiebraiche», denunciando anche l’inerzia dei servizi d’ordine presenti. Era accaduto qualcosa di enorme, eppure quasi nessuno sembrava disposto a chiamarlo con il suo nome: l’antisionismo aveva già trovato la scorciatoia che conduce all’ebreo della porta accanto.

L’estate del 1982 fu terribile. Israele era entrato in Libano in giugno. In settembre ci fu la strage di Sabra e Chatila, compiuta dalle milizie falangiste cristiano-libanesi mentre l’esercito israeliano controllava l’area circostante. In Italia la condanna di Israele assunse spesso toni che oltrepassavano la critica politica. Israele, sionisti, ebrei: le parole cominciavano pericolosamente a sovrapporsi. Nello stesso settembre Yasser Arafat fu ricevuto a Roma da esponenti delle istituzioni e da Giovanni Paolo II. Nella Comunità ebraica cresceva un sentimento che oggi le testimonianze di allora restituiscono con impressionante nettezza: quello dell’abbandono.

Poi arrivò sabato 9 ottobre. Era Sheminì Atzeret, la festa che conclude Sukkot. Il Tempio era pieno e c’erano moltissimi bambini, riuniti anche per la tradizionale benedizione. Poco prima di mezzogiorno le famiglie cominciarono a uscire su via Catalana. Un commando di cinque terroristi palestinesi legati all’organizzazione di Abu Nidal era lì ad aspettarle. Bombe a mano e raffiche di mitra contro uomini, donne, bambini.

Stefano Gaj Taché aveva due anni. Morì colpito dalle schegge. Suo fratello Gadiel, quattro anni, fu ferito gravemente alla testa e all’addome. Furono colpiti anche i genitori. I feriti furono quaranta. Nel marzo 2026, a quasi quarantaquattro anni dalla strage, la Procura di Roma ha chiuso una nuova indagine nei confronti di cinque persone, ricostruendo ancora una volta l’attentato all’interno della strategia terroristica dell’organizzazione di Abu Nidal. C’è però un particolare che rende quella mattina ancora più intollerabile. Davanti alla Sinagoga la polizia non c’era.

L’ANSA riferì quello stesso 9 ottobre che durante le festività ebraiche era stato mantenuto un servizio fisso di vigilanza. Terminato quel periodo, era rimasto un presidio stabile soltanto di notte, mentre di giorno erano previste pattuglie nella zona. I terroristi colpirono alle 11.55, quando nessun agente si trovava davanti al Tempio. Negli anni successivi la domanda sarebbe tornata infinite volte: perché proprio un obiettivo così esposto, in un momento di tensione così evidente, era rimasto senza protezione? Nel 2012 il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici pose pubblicamente quella domanda davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiedendo anche che venissero chiariti eventuali rapporti con il cosiddetto “lodo Moro”. Una domanda, questa, che va distinta dai fatti accertati e che per decenni è rimasta al centro delle richieste di verità della Comunità.

Dopo l’attentato arrivarono le autorità. Arrivò il dolore dello Stato. Sandro Pertini partecipò ai funerali di Stefano il 12 ottobre. Rav Riccardo Di Segni ha ricordato di averlo visto piangere davanti alla piccola bara e non c’è da dubitare che fossero lacrime sincere. Per molti ebrei romani, però, arrivavano dopo mesi nei quali avevano avuto la sensazione di gridare senza essere ascoltati. È questo che bisogna ricordare con rabbia.

Il 9 ottobre 1982 non cominciò alle 11.55. Era cominciato prima, quando si era ritenuto normale portare una bara davanti a una sinagoga per protestare contro Israele. Quando agli ebrei italiani era stato implicitamente chiesto di discolparsi. Quando la distinzione tra israeliano, sionista ed ebreo aveva cominciato a dissolversi nel linguaggio pubblico. Tre mesi e mezzo dopo quel corteo, la bara davanti alla Sinagoga non era più vuota. Dentro c’era Stefano.