L’11 febbraio 1953, Abba Eban, ambasciatore di Israele a Washington, inviò un aide-mémoire molto importante al Dipartimento di Stato americano. Esso descriveva le difficoltà politiche che il suo Paese stava affrontando con l’elezione alla Casa Bianca del repubblicano Dwight D. Eisenhower. La vittoria dei repubblicani nelle elezioni presidenziali, secondo Eban, aveva indotto i Paesi arabi a iniziare una campagna pressante per ottenere un radicale mutamento della politica mediorientale della nuova amministrazione rispetto a quella portata avanti da Harry S. Truman, creando, di conseguenza, una sorta di “tensione di aspettativa” nell’opinione pubblica araba.
Nel documento di Eban un posto importante era occupato dai problemi di Israele in una regione tendenzialmente ricca di contraddizioni e di conflitti. Il punto di partenza dell’analisi era rappresentato dalla necessità ineludibile di «liberi e incondizionati» negoziati tra Israele e i Paesi arabi, che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sostenere con tutto il peso del loro prestigio internazionale. Ma, nell’analisi di Eban, la situazione regionale era da inserirsi in un contesto più generale, per molti versi foriero di un ulteriore aggravamento della tensione. Infatti, l’atteggiamento dell’Unione Sovietica nei confronti di Israele era divenuto fortemente ostile, come dimostravano, da una parte, la campagna antisemita sviluppata contro Israele e il popolo ebraico in generale e, dall’altra, l’accusa mossa allo Stato ebraico di essere portatore di valori di democrazia affini a quelli delle nazioni occidentali, accusa alla quale gli Stati Uniti non avevano ancora risposto con la dovuta fermezza.
Per questo motivo, Eban riteneva indispensabile che, di fronte alla minaccia sovietica nei riguardi di Israele, occorresse riaffermare con forza l’amicizia israelo-americana, come nella tradizione della politica estera degli Stati Uniti nei confronti dei Paesi amici. Tale atteggiamento, unito agli aiuti economici americani per fronteggiare la situazione economica di Israele, avrebbe rappresentato il messaggio più convincente per indurre i Paesi arabi a negoziati diretti con Israele.
Infine, Eban affrontava il problema decisivo della sicurezza del proprio Paese nella regione. Era del tutto incomprensibile che l’Egitto di Mohammed Naguib, che si dichiarava in stato di guerra con Israele e si rifiutava di negoziare la pace con lo Stato ebraico, ricevesse armi dagli Stati Uniti, come stava avvenendo in quel periodo. Per contro, Washington non mostrava alcuna intenzione di bilanciare la situazione militare in Medio Oriente fornendo armi a Israele e, in questo modo, stimolava ulteriormente l’aggressività araba contro lo Stato ebraico, in ragione del suo progressivo isolamento.
I fatti, secondo Eban, parlavano da soli. L’intenzione anglo-americana di dare vita a una Middle East Defense Organization insieme ai Paesi arabi, ma senza Israele, comportava alcune conseguenze di eccezionale gravità: a) isolava ulteriormente Israele in un contesto regionale ostile; b) fomentava l’aggressività araba contro Israele; c) indeboliva l’unico Paese democratico del Medio Oriente in grado di ostacolare l’avanzata del totalitarismo comunista, in una collocazione strategica a ridosso della Northern Tier.
La politica mediorientale dell’amministrazione Eisenhower, così concepita, ribaltava i precedenti indirizzi della politica americana, soprattutto nei confronti dei Paesi amici. In sostanza, la politica che gli Stati Uniti stavano allora perseguendo nella regione, concludeva Eban, era errata e controproducente. Il lungo documento di Eban testimoniava l’apprensione del governo israeliano verso possibili, radicali mutamenti dell’atteggiamento americano verso Israele, i cui primi segnali, comunque, Eban aveva fiutato nell’aria da qualche tempo.