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Sharansky, il refusenik che sfidò l’URSS

La liberazione del dissidente ebreo nel 1986 divenne uno dei simboli della battaglia per i diritti umani e del tramonto sovietico

Giuliana Iurlano

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Sharansky, il refusenik che sfidò l’URSS
Iimmagine generata con AI

Anatoly (Natan) Sharansky – ebreo sovietico dissidente, che divenne simbolo dei refusenik, gli ebrei sovietici ai quali le autorità negavano il permesso di emigrare, soprattutto verso Israele, e, più in generale, della lotta per i diritti umani nell’URSS – fu liberato nell’ambito di uno scambio Est-Ovest sul ponte di Glienicke, a Berlino, l’11 febbraio 1986. La sua liberazione, ottenuta attraverso uno spettacolare scambio di prigionieri, rappresentò molto più di un episodio diplomatico: fu uno dei segnali della trasformazione in corso nei rapporti tra le superpotenze che avrebbe accompagnato l’ultima fase della Guerra fredda.

In effetti, dalla détente degli anni Settanta al confronto Reagan-Gorbačëv, la vicenda degli ebrei sovietici divenne uno dei terreni sui quali Washington mise alla prova la disponibilità del Cremlino al cambiamento. Ma la détente aveva una contraddizione al suo interno. Gli Stati Uniti volevano negoziare con il Cremlino senza rinunciare alla questione dei diritti umani, mentre l’Unione Sovietica considerava spesso queste pressioni come un’ingerenza nei propri affari interni. Proprio l’Atto finale di Helsinki divenne così uno strumento inatteso nelle mani dei dissidenti sovietici. Esso prevedeva, infatti, un impegno sulla libera circolazione delle persone, sui contatti tra cittadini e sul rispetto dei diritti fondamentali, tutti elementi che permisero agli attivisti sovietici di contestare il divario tra gli obblighi internazionali sottoscritti da Mosca e la realtà interna al Paese.

La questione degli ebrei sovietici si inserì pienamente in questo confronto. Per molti cittadini ebrei dell’URSS, infatti, il problema non era soltanto religioso o culturale. Era soprattutto il diritto di poter lasciare il Paese e raggiungere gli Stati Uniti o, soprattutto, Israele. Chi chiedeva di emigrare diventava un refusenik quando le autorità gli negavano il permesso di lasciare l’Unione Sovietica e, per tale motivo, poteva perdere il lavoro, essere sottoposto a sorveglianza o finire in carcere. Nel 1974 gli Stati Uniti collegarono esplicitamente il commercio con la libertà di emigrazione attraverso l’emendamento Jackson-Vanik, entrato in vigore nel gennaio 1975. L’emendamento subordinava la concessione di determinati vantaggi commerciali ai Paesi a economia non di mercato al rispetto della libertà di emigrazione. La misura sarebbe diventata uno dei principali strumenti di pressione americana sull’URSS con l’arrivo alla Casa Bianca di Ronald Reagan, nel 1981, che sembrò inizialmente allontanare la prospettiva di una nuova distensione, tanto che il rapporto con Mosca raggiunse livelli di forte tensione nei primi anni del nuovo decennio.

Quando, però, nel marzo 1985, arrivò al vertice sovietico Michail Gorbačëv, egli cercò di rilanciare il sistema attraverso la perestrojka e la glasnost, perché aveva bisogno di ridurre le tensioni internazionali e ottenere maggiore spazio economico per affrontare le difficoltà interne. La diplomazia delle superpotenze cominciò a spostarsi dal confronto puramente ideologico verso una trattativa più concreta.

In quel nuovo scenario, anche la questione dei diritti umani assunse un peso particolare. Anatoly Sharansky era diventato uno dei simboli internazionali della battaglia per gli ebrei sovietici. Matematico e attivista, aveva chiesto di emigrare in Israele e si era impegnato nella difesa dei diritti degli ebrei dell’URSS. Nel 1977 fu arrestato e nel 1978 condannato complessivamente a tredici anni di detenzione, tre dei quali in carcere e dieci in una colonia di lavoro a regime severo, con l’accusa di alto tradimento e spionaggio a favore degli Stati Uniti, accuse che egli respinse sempre. Trascorse parte della detenzione nel sistema dei campi di lavoro della regione di Perm, negli Urali.

La sua vicenda divenne rapidamente un affare internazionale. Per il movimento americano a favore degli ebrei sovietici, Sharansky rappresentava l’immagine stessa del dissidente che non aveva rinunciato alla propria identità e al diritto di scegliere dove vivere. La sua liberazione divenne, quindi, un obiettivo politico per Washington. Ma anche per Mosca poteva essere utile: il rilascio di un prigioniero tanto noto poteva, infatti, diventare una carta diplomatica nelle trattative con l’Occidente. L’11 febbraio 1986, dopo oltre otto anni di prigionia, Sharansky attraversò finalmente il ponte di Glienicke, luogo già diventato celebre per gli scambi di agenti tra Est e Ovest.

La liberazione suscitò entusiasmo, ma anche cautela. Le organizzazioni impegnate a sostenere gli ebrei sovietici ricordavano che migliaia di persone restavano prive della possibilità di emigrare e che la situazione generale non era ancora cambiata. Lo stesso Sharansky, una volta libero, insistette su questo punto. Ma affermò anche che la détente aveva finito per dare respiro a un’economia sovietica sempre più in difficoltà: «Le politiche occidentali di conciliazione stavano effettivamente sostenendo gli esausti armamenti sovietici. Se la conciliazione fosse continuata, l’URSS avrebbe potuto sopravvivere ancora per decenni. Invece, l’adozione di una politica di confronto diretto avrebbe finito per gravare ulteriormente sull’ormai indebolito regime sovietico».

Insomma, per i dissidenti sovietici ebrei e non ebrei, come, per esempio, Aleksandr Solženicyn, la politica della distensione aveva finito per «allungare la vita» del sistema sovietico. Essi chiedevano dunque agli Stati Uniti di abbandonare la politica di distensione, una linea che, nella loro interpretazione, avrebbe contribuito ad aggravare le contraddizioni interne del sistema sovietico e ad accelerarne la crisi.