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Israele e Stati Uniti, gli anni difficili

La crisi del 1953, la rappresaglia di Qibya e il contrasto tra la linea “attivista” di Ben Gurion e la prudenza diplomatica di Moshe Sharett

Antonio Donno

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Israele e Stati Uniti, gli anni difficili
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I primi anni ’50 furono un periodo di difficili relazioni tra Israele e Stati Uniti. Un episodio fu particolarmente grave. In seguito all’uccisione, da parte di un infiltrato arabo, di una donna e di due bambini israeliani alle porte di Tel Aviv, l’esercito israeliano compì, nella notte del 14 ottobre 1953, una forte rappresaglia nel villaggio giordano di Qibya, da cui si riteneva fosse partito l’infiltrato arabo, uccidendo 66 civili arabi.

Le ripercussioni dell’incidente furono vaste e misero in gravissima difficoltà il Governo di Israele a livello internazionale, acuendo la contrapposizione tra il primo ministro Ben Gurion, fautore di una linea “attivista”, cioè decisamente ritorsiva a proposito delle infiltrazioni, e il ministro degli Esteri Moshe Sharett, sostenitore di una linea più “diplomatica”, cioè più incline a non intensificare le azioni di rappresaglia al fine di non isolare diplomaticamente Israele e, soprattutto, di non creare occasioni di attrito permanente con il Governo degli Stati Uniti.

Abba Eban, ambasciatore d’Israele negli Stati Uniti, non mancò di sottolineare a Moshe Sharett la gravità della situazione diplomatica di Israele, il peggioramento delle relazioni con gli Stati Uniti e lo sconcerto e la disapprovazione da parte della comunità ebraica americana.In un documento stilato dall’Ufficio per gli Affari Mediorientali, diretto da Henry A. Byroade, furono espressi giudizi assai negativi sulla politica di Israele, giudicata «arrogante ed ostruzionistica».

Si rimproverava a Israele di voler costringere gli arabi a una pace alle condizioni imposte da Gerusalemme, di voler perpetuare una situazione di grave instabilità nella regione, giudicata favorevole agli interessi di Israele soprattutto perché avrebbe messo in difficoltà la politica americana volta a fornire armi ai Paesi arabi e consentito a Israele di avere mano libera nei propri piani espansionistici.La politica di Israele era dunque giudicata contraria agli interessi degli Stati Uniti. Il documento terminava con un giudizio inequivocabile: «Questi fattori rendono l’imprevedibile ed incontrollabile dinamismo di Israele, piuttosto che la staticità negativa dei Paesi arabi, la maggiore fonte attuale di pericolo nel Medio Oriente».

La fine del 1953, dunque, vedeva acuirsi la crisi delle relazioni israelo-americane. Le posizioni erano molto chiare: il governo di Israele, in innumerevoli documenti e nel corso di molti dibattiti alle Nazioni Unite, asseriva che l’aggressività araba contro Israele, sia in campo diplomatico sia militare, il rifiuto di riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico, il blocco economico, le infinite dichiarazioni sullo stato di guerra contro Israele, la guerra strisciante ai suoi confini, e via di seguito, disegnavano in realtà una complessa ed attiva politica volta a costruire le condizioni per distruggere Israele, destabilizzando così il Medio Oriente e aprendo la strada all’ingresso dell’Unione Sovietica nella regione, cioè l’opposto degli obiettivi politici degli Stati Uniti.

Washington, al contrario, considerava l’insofferenza di Gerusalemme e la sua politica militare di sistematica ritorsione, oltre al tentativo israeliano di trascinare Washington in una special relationship con Israele, pericolose per gli interessi geopolitici americani nella regione e lesive dei rapporti che il Governo americano intendeva instaurare con gli Stati arabi.

Negli ultimi giorni di dicembre, Eliahu Elath, ambasciatore israeliano a Londra, riassumeva così la situazione dei rapporti di Israele con Stati Uniti e Gran Bretagna in un messaggio a Walter Eytan, direttore generale del ministero degli Esteri di Israele: «La simpatia dell’America verso Israele è andata costantemente diminuendo dal momento dell’elezione di Eisenhower . La nuova Amministrazione sta sviluppando una nuova politica che differisce radicalmente nei suoi metodi, se non nei suoi obiettivi, da quella dell’Amministrazione Truman, e differisce a danno di Israele».