Agli inizi del 1956 le relazioni tra Stati Uniti e Israele erano giunte al punto più basso dalla nascita dello Stato ebraico. L’accordo sulle armi tra Egitto e Unione Sovietica aveva messo in profonda crisi la strategia americana nei confronti del regime di Nasser e di tutto il mondo arabo, che era galvanizzato dalla personalità e dalle iniziative del raìs egiziano.
Il Dipartimento di Stato americano oscillava tra la tentazione di proseguire sulla vecchia strada dell’appeasement nei confronti di Nasser e la necessità di un atteggiamento più duro e determinato. In realtà, Washington non seppe o non volle scegliere tra le due alternative; e per continuare a sperare in un impossibile ripensamento di Nasser a proposito della sua scelta filosovietica, insistette nel definire prioritaria la composizione del contenzioso arabo-israeliano rispetto a ogni politica più generale riguardante il sistema regionale di sicurezza contro la penetrazione sovietica.
Ciò era frutto di una serie di considerazioni ovvie:
1) il Patto di Baghdad, firmato da Iraq, Turchia, Regno Unito, Pakistan e Iran il 24 febbraio 1955 a scopo difensivo antisovietico, era stato un fallimento in quanto aveva pericolosamente allontanato Nasser dalla politica occidentale;
2) Nasser aveva aperto la strada alla presenza di Mosca nel Medio Oriente, vanificando le strategie del Patto di Baghdad. In definitiva, per tentare di riavvicinare Nasser occorreva far leva su Israele perché facesse all’Egitto (e alla Giordania) concessioni tali da ammorbidire l’intransigenza del presidente egiziano, riaprendo le porte ad una possibile ripresa dell’iniziativa americana nel Medio Oriente. Il problema, dal punto di vista americano, consisteva nel fatto che Israele appariva più intransigente dell’Egitto, perché vedeva dietro le pressioni americane un interesse che si scontrava con il proprio.
John Foster Dulles, le cui posizioni in materia determinavano le scelte del presidente Eisenhower, era dell’avviso che la fornitura di armi sovietiche all’Egitto aveva completamente modificato l’atteggiamento di Israele: il suo senso di superiorità, talvolta “arrogante”, secondo Dulles, nei confronti degli arabi era venuto meno, lasciando il posto ad un senso di frustrazione e di pericolo. Dulles lasciava intendere che probabilmente era giunto il momento di sfruttare tale condizione psicologica per ottenere da Israele la cessione di quella parte del Negev necessaria per collegare Egitto e Giordania e, così, accontentare Nasser. Si trattava, tuttavia, di un’illusione.
Il governo israeliano era assolutamente determinato a non cedere neppure la più piccola parte del proprio territorio, anche in considerazione del fatto che erano proprio Egitto e Giordania a detenere illegalmente vasti territori mai loro assegnati dalle Nazioni Unite, cioè Gaza e Cisgiordania.
Per di più, lo sbilanciamento negli armamenti determinato dalle forniture sovietiche all’Egitto spingeva Israele a operare pressioni sempre più forti su Washington. Così scrisse Moshe Sharett, ministro degli Esteri di Israele, a Dulles: «Armi della stessa qualità di quelle che oggi ha ottenuto l’Egitto rappresentano la nostra unica àncora di salvezza, l’unico efficace deterrente contro l’aggressione egiziana». Da parte sua, Dulles forniva una diversa spiegazione del rifiuto americano di fornire armi a Israele: essendo lo Stato ebraico un piccolo Stato, esso non avrebbe mai potuto controbilanciare gli armamenti che il blocco arabo sarebbe stato in grado di ottenere da quello comunista. Secondo il segretario di Stato americano, Israele avrebbe raggiunto una definitiva sicurezza soltanto con un accordo con il blocco arabo per la definizione delle frontiere, il che comportava la cessione da parte israeliana di brandelli di territorio agli arabi e la risoluzione del problema dei profughi, con il loro rientro nei confini di Israele.
Si trattava di condizioni inaccettabili da parte dello Stato ebraico, le cui parole d’ordine erano “neppure un pollice di terra”. Il 16 marzo 1956 Ben-Gurion scrisse così a Eisenhower: «La corsa agli armamenti è già in pieno sviluppo nell’area ma è unilaterale. L’Egitto riceve armi dall’Unione Sovietica e dalla Gran Bretagna, l’Arabia Saudita e l’Iraq dagli Stati Uniti, e l’Iraq e la Giordania ancora dalla Gran Bretagna. A Israele soltanto sono negati i mezzi essenziali per la sua difesa».