Ieri, al Consiglio di Parigi, non abbiamo votato soltanto su una cittadinanza onoraria. Abbiamo votato su un’idea della Repubblica. Su ciò che una grande capitale europea decide di legittimare, rappresentare e onorare davanti al mondo. La proposta di La France Insoumise di conferire la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese è stata respinta. Ed è stata una decisione giusta. Non una censura. Non una presa di posizione “contro” qualcuno. Ma un atto di lucidità politica e di responsabilità istituzionale. Perché le istituzioni democratiche non sono strumenti di militanza ideologica. Non possono diventare il megafono delle radicalità contemporanee, né piegarsi alla logica tossica della polarizzazione permanente. E soprattutto non possono smarrire il senso del limite morale.
Nel dibattito di ieri, questo limite è apparso con chiarezza. Da una parte, il tentativo della sinistra radicale di trasformare Parigi nel teatro simbolico di una battaglia globale letta attraverso categorie assolute: oppressi contro oppressori, bene contro male, innocenti contro colpevoli. Dall’altra, la volontà di una maggioranza ampia e trasversale di ricordare una verità semplice ma fondamentale: la complessità del reale non si cancella con gli slogan.
Parigi non può permettersi l’ambiguità. Non può onorare figure che, negli ultimi anni, hanno progressivamente abbandonato il linguaggio dell’equilibrio istituzionale e del diritto internazionale per adottare quello della radicalizzazione politica e morale. Perché le parole hanno conseguenze. E le parole diventano ancora più gravi quando vengono pronunciate da chi esercita responsabilità internazionali. Il 7 ottobre non è stato un “contesto”. È stato un massacro terroristico. Uomini, donne, bambini assassinati. Civili sequestrati. Corpi mutilati. Famiglie sterminate. E quando, davanti a quell’orrore, si sceglie prima di “contestualizzare” che di condannare, si compie un passaggio pericoloso: si trasforma il dovere dell’analisi nel relativismo morale. Io continuo a credere che questa sia la domanda decisiva: si può contestualizzare la barbarie? Si può relativizzare il terrorismo? Naturalmente, criticare il governo israeliano è legittimo. E il governo estremista di Netanyahu sta portando Israele verso un isolamento politico e morale sempre più grave. Difendere il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato, sicurezza e dignità è non solo legittimo, ma necessario. Ma proprio per questo bisogna rifiutare la trappola della radicalizzazione. Perché esiste una differenza enorme tra la difesa dei diritti del popolo palestinese e la costruzione di una narrativa ideologica che dissolve sistematicamente le responsabilità di Hamas, minimizza il terrorismo e riduce il conflitto a una caricatura morale dove tutto il bene starebbe da una parte e tutto il male dall’altra.
Questa visione manichea è una delle malattie politiche del nostro tempo. Alimenta odio, importazione dei conflitti, antisemitismo mascherato da antisionismo assoluto, semplificazioni identitarie e una crescente incapacità europea di difendere i propri principi universali. Ecco perché il voto di ieri ha avuto un significato che va oltre Parigi. Per una volta, socialisti, centristi, liberali e gollisti hanno scelto insieme di difendere qualcosa di essenziale: l’idea che la Repubblica debba restare uno spazio di equilibrio, di universalismo e di responsabilità. Non una cassa di risonanza delle passioni ideologiche globali.
Parigi è stata colpita dal terrorismo islamista. È la città del Bataclan, di Charlie Hebdo, delle vittime dell’odio fanatico. Ha quindi un dovere particolare: non banalizzare mai il terrorismo. Mai. Qualunque sia la causa invocata per giustificarlo o attenuarlo. Questo è il cuore della scelta compiuta ieri. Difendere i diritti dei palestinesi senza indulgere verso Hamas. Criticare Israele senza trasformare gli israeliani – o peggio ancora gli ebrei – in un nemico collettivo. Combattere le ingiustizie senza perdere il senso del limite, della misura e della verità. È questa l’idea di universalismo repubblicano che abbiamo difeso. Ed è per questo che siamo fieri del voto di ieri.
Sandro Gozi
Consigliere di Parigi (MoDem / Paris auCentre)

