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Parigi, no secco alla cittadinanza a Francesca Albanese

La proposta di La France Insoumise respinta a maggioranza da una città che ha patito l’orrore del terrorismo islamico

Sandro Gozi

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Parigi, no secco alla cittadinanza a Francesca Albanese

Ieri, al Consiglio di Parigi, non abbiamo votato soltanto su una cittadinanza onoraria. Abbiamo votato su un’idea della Repubblica. Su ciò che una grande capitale europea decide di legittimare, rappresentare e onorare davanti al mondo. La proposta di La France Insoumise di conferire la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese è stata respinta. Ed è stata una decisione giusta. Non una censura. Non una presa di posizione “contro” qualcuno. Ma un atto di lucidità politica e di responsabilità istituzionale. Perché le istituzioni democratiche non sono strumenti di militanza ideologica. Non possono diventare il megafono delle radicalità contemporanee, né piegarsi alla logica tossica della polarizzazione permanente. E soprattutto non possono smarrire il senso del limite morale.

Nel dibattito di ieri, questo limite è apparso con chiarezza. Da una parte, il tentativo della sinistra radicale di trasformare Parigi nel teatro simbolico di una battaglia globale letta attraverso categorie assolute: oppressi contro oppressori, bene contro male, innocenti contro colpevoli. Dall’altra, la volontà di una maggioranza ampia e trasversale di ricordare una verità semplice ma fondamentale: la complessità del reale non si cancella con gli slogan.

Parigi non può permettersi l’ambiguità. Non può onorare figure che, negli ultimi anni, hanno progressivamente abbandonato il linguaggio dell’equilibrio istituzionale e del diritto internazionale per adottare quello della radicalizzazione politica e morale. Perché le parole hanno conseguenze. E le parole diventano ancora più gravi quando vengono pronunciate da chi esercita responsabilità internazionali. Il 7 ottobre non è stato un “contesto”. È stato un massacro terroristico. Uomini, donne, bambini assassinati. Civili sequestrati. Corpi mutilati. Famiglie sterminate. E quando, davanti a quell’orrore, si sceglie prima di “contestualizzare” che di condannare, si compie un passaggio pericoloso: si trasforma il dovere dell’analisi nel relativismo morale. Io continuo a credere che questa sia la domanda decisiva: si può contestualizzare la barbarie? Si può relativizzare il terrorismo? Naturalmente, criticare il governo israeliano è legittimo. E il governo estremista di Netanyahu sta portando Israele verso un isolamento politico e morale sempre più grave. Difendere il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato, sicurezza e dignità è non solo legittimo, ma necessario. Ma proprio per questo bisogna rifiutare la trappola della radicalizzazione. Perché esiste una differenza enorme tra la difesa dei diritti del popolo palestinese e la costruzione di una narrativa ideologica che dissolve sistematicamente le responsabilità di Hamas, minimizza il terrorismo e riduce il conflitto a una caricatura morale dove tutto il bene starebbe da una parte e tutto il male dall’altra.

Questa visione manichea è una delle malattie politiche del nostro tempo. Alimenta odio, importazione dei conflitti, antisemitismo mascherato da antisionismo assoluto, semplificazioni identitarie e una crescente incapacità europea di difendere i propri principi universali. Ecco perché il voto di ieri ha avuto un significato che va oltre Parigi. Per una volta, socialisti, centristi, liberali e gollisti hanno scelto insieme di difendere qualcosa di essenziale: l’idea che la Repubblica debba restare uno spazio di equilibrio, di universalismo e di responsabilità. Non una cassa di risonanza delle passioni ideologiche globali.

Parigi è stata colpita dal terrorismo islamista. È la città del Bataclan, di Charlie Hebdo, delle vittime dell’odio fanatico. Ha quindi un dovere particolare: non banalizzare mai il terrorismo. Mai. Qualunque sia la causa invocata per giustificarlo o attenuarlo. Questo è il cuore della scelta compiuta ieri. Difendere i diritti dei palestinesi senza indulgere verso Hamas. Criticare Israele senza trasformare gli israeliani – o peggio ancora gli ebrei – in un nemico collettivo. Combattere le ingiustizie senza perdere il senso del limite, della misura e della verità. È questa l’idea di universalismo repubblicano che abbiamo difeso. Ed è per questo che siamo fieri del voto di ieri.

Sandro Gozi
Consigliere di Parigi (MoDem / Paris auCentre)