Quando pensavamo di aver toccato il fondo, ecco che si apre un’altra voragine. E stavolta non arriva da un oscuro covo neonazista, da qualche blog marginale infestato di fanatici o da un agit-prop universitario travestito da attivismo. Arriva da una rappresentante delle Nazioni Unite. Da una donna che parla con il timbro dell’Onu cucito addosso e che usa quella legittimazione per riscrivere, deformare e infine capovolgere il senso stesso della tragedia ebraica del Novecento.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, ha pubblicato un testo che lascia senza parole. Non per la critica a Israele, che è legittima in ogni democrazia, compresa Israele stessa, ma per il salto ideologico e morale che compie. Albanese arriva infatti a suggerire che la Germania dovrebbe liberarsi della “colpa storica” dell’Olocausto, considerata ormai una specie di nevrosi irrisolta che impedirebbe ai tedeschi di opporsi abbastanza a Israele. Il sottinteso è chiarissimo: il ricordo dello sterminio ebraico sarebbe diventato un ostacolo politico.
È già mostruoso così, eppure Albanese va oltre. A suo dire, gli ebrei sopravvissuti alla storia non sono più una minoranza fragile, non sono più la diaspora perseguitata, non sono più “il popolo del Libro”, come scrive lei stessa con un tono quasi caricaturale. No. Sarebbero diventati il “popolo eletto” nel senso peggiore e arrogante del termine, una collettività che avrebbe trasformato il trauma in dominio e Israele in una struttura di potere da combattere.
Qui il linguaggio cambia natura. Non siamo più nel terreno della polemica politica. Entriamo in quello, antichissimo e velenoso, della demonizzazione metafisica dell’ebreo. Cambiano le parole, resta il meccanismo. Per secoli gli ebrei sono stati accusati di essere un corpo separato, moralmente corrotto, convinto della propria superiorità, capace di manipolare il mondo circostante. Francesca Albanese aggiorna il repertorio e lo adatta al lessico contemporaneo dei diritti umani e del post-colonialismo. Ma il cuore del discorso resta identico.
L’aspetto più impressionante, e forse più inquietante, è un altro. Albanese non parla come una pasionaria isolata. Parla da funzionaria internazionale. Da rappresentante di un organismo nato dopo Auschwitz anche per impedire che l’antisemitismo tornasse a vestirsi da ideologia rispettabile. E invece eccoci qui: nel 2026 una relatrice Onu arriva a descrivere la memoria della Shoah come una specie di patologia politica tedesca e Israele come la prova degenerata di una superiorità ebraica.
Questo linguaggio brutale e violento, nella forma e nella sostanza,è il prodotto di anni in cui una parte dell’opinione pubblica occidentale ha progressivamente trasformato Israele nel contenitore simbolico di ogni male globale: colonialismo, razzismo, suprematismo, militarismo, apartheid, genocidio. Una caricatura ossessiva che finisce inevitabilmente per travolgere gli ebrei in quanto tali. Perché quando si dice che gli ebrei hanno imparato a sopravvivere diventando “superiori”, quando si insinua che l’Olocausto sia ormai usato come scudo morale, quando si invita la Germania a “liberarsi”, il confine è già stato valicato da tempo.
Ed è impressionante vedere quanto poco scandalo produca tutto questo in certi ambienti internazionali. Immaginiamo per un istante una relatrice Onu che parlasse in questi termini di qualunque altra minoranza perseguitata della storia. Sarebbe finita politicamente nel giro di poche ore. Con gli ebrei, invece, si può sempre osare un po’ di più. Sempre spingersi oltre. Sempre aprire un’altra voragine. E ogni volta qualcuno dirà che è solo “critica a Israele”. Fino al prossimo abisso.

