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Flotilla, una legge elementare della fisica

Le onde del mare non si curano dei motivi di chi viaggia, e la storia non riconosce uno statuto speciale alla pseudo-bontà disarmata

Andrea Fiore

Tempo di Lettura: 2 min
Una elementare legge della fisica

Esiste una fisica elementare dei conflitti che non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi agisce in buona fede. Quando un corpo leggero decide di lanciarsi contro una massa d’acciaio in movimento, lo scontro che ne segue non è un evento straordinario, ma pura logica d’impatto. Il problema nasce quando si confonde la forza di gravità con un’opinione, convinti che avere buone intenzioni basti a deviare la traiettoria di chi ci viene incontro.

La vicenda della Flotilla si muove esattamente dentro questo perimetro, ripetendo un copione vecchio quanto il concetto stesso di confine. È l’illusione di chi pensa che il mare, solo perché è fatto d’acqua, sia anche malleabile, e che un gesto simbolico basti a sciogliere il blocco di un esercito. Ma le onde non si curano dei motivi di chi viaggia, e la storia non riconosce uno statuto speciale alla pseudo-bontà disarmata. Chi decide di camminare sul filo di un rasoio per vedere quanto taglia non sta facendo un esperimento: sta solo accettando il rischio concreto di ferirsi.

Mentre gli attivisti partono convinti che il mondo sia un pubblico pronto a commuoversi, dall’altra parte la risposta arriva con la durezza muscolare di chi non ha alcun bisogno di essere elegante, perché gli basta essere sicuro e determinato. I toni duri di chi gestisce la forza possono risultare sgradevoli, ma questo non cambia la sostanza delle cose: lo scontro era cercato e c’è stato. Spingersi fino al limite significa accettare che la corda si spezzi. Presentarsi al fronte armati solo di telecamere e slogan resta una scelta legittima, a patto di non scambiare poi la reazione dell’avversario per un imprevisto temporale.

Nel frattempo, la politica di casa nostra si limita a registrare l’evento con le solite parole di circostanza, oscillando tra la condanna formale e la prudenza diplomatica. È la solita recita della normalità che si adegua al fatto compiuto, un’indignazione moderata che non sposta di un millimetro i veri rapporti di forza.

In definitiva, non ci si può stupire di fronte a un finale scritto ancora prima di levare le ancore. Chi scambia una guerra per un set cinematografico dimentica che in quel luogo i proiettili sono veri e le quinte non sono di cartone. Il mondo non è brutale perché ha tradito le aspettative di chi è partito; è semplicemente rimasto fedele alle sue leggi più elementari.