Nonostante continuino gli scontri militari tra americani e iraniani, probabilmente la via per evitare una nuova escalation è ancora aperta. Negli scorsi giorni cinesi e russi hanno assecondato le provocazioni iraniane nello Stretto di Hormuz per verificare il grado di libertà di manovra di Donald Trump e tastare la tenuta sia del fronte occidentale sia degli orientamenti degli Stati della Penisola arabica. Il vertice della NATO ad Ankara, il voto della Camera americana a sostegno dei finanziamenti militari a Israele — 314 deputati contro 104 — e il bombardamento saudita dell’aeroporto di Sana’a, controllato dagli Houthi, dimostrano che le speranze di un cedimento radicale delle forze anti-iraniane occidentali e sunnite sono ancora lontane dal concretizzarsi.
E siccome Pechino, non meno di Washington, non può permettersi una crisi globale dei mercati, negli ultimi giorni le consuete minacce dell’ala più dura del regime iraniano sono state accompagnate da segnali di cedimento: le nuove proposte iraniane sul nucleare, il timore di Teheran di coinvolgere Israele nelle scaramucce militari in atto, gli appelli di ampi settori delle élite iraniane contro la guerra e la difficoltà di intervento degli Houthi e di Hezbollah. Naturalmente, gli scontri militari possono produrre effetti incontrollabili, ma attualmente la tendenza sembra essere quella di riaprire, nel medio periodo, uno spazio ai negoziati.
In questo contesto, sarebbe interessante se il fronte occidentale riuscisse a sviluppare una strategia internazionale che non fosse soltanto contingente — o immobiliare, come viene definita da qualcuno — come quella americana, oppure retorica come quella europea.
In particolare, va notato come la questione dello Stretto di Hormuz, uno dei nodi fondamentali dell’attuale crisi internazionale, s’intrecci con quella del Mar Rosso e quindi del Canale di Suez, rispetto alla quale si è registrata anche una netta presa di posizione dell’Unione europea contro gli Houthi. Si collega inoltre alla situazione del Mar Cinese Meridionale, dove si è formato uno schieramento che va dagli americani ai canadesi, dagli europei ai giapponesi, dagli australiani fino ai filippini, contro le minacce cinesi, che si ripetono anche nello Stretto di Malacca. Nel frattempo, un’aggressione russa a una nave turca nel Mar Nero ha riacceso l’attenzione internazionale anche su quest’area marittima.
Insomma, la questione della libertà di navigazione va ben oltre la guerra tra Stati Uniti e Iran. In questo contesto, sarebbe interessante se gli occidentali e le democrazie dell’Indo-Pacifico affidassero all’Arabia Saudita — colpita nei suoi interessi dalle minacce alle vie marittime che costeggiano la Penisola arabica — un ruolo guida sulla questione specifica di cui si scrive.
Sia Mosca, grazie ai legami imposti dalla gestione dell’OPEC, sia Pechino, che conta su Riyad per una parte non secondaria dei propri rifornimenti energetici, devono tenere conto delle posizioni degli uomini di Mohammed bin Salman e avrebbero difficoltà a contrastare le sue iniziative su scala globale, anche qualora queste finissero per aumentare l’isolamento del regime costruito.