Per anni il copione è stato sempre lo stesso. Il cantante impegnato saliva sul palco, si aggiustava la sciarpetta morale attorno al collo e spiegava al pubblico come stare al mondo. Chi votare, chi odiare, quale indignazione esibire e quale invece archiviare sotto la voce “complessità”. Era una liturgia rassicurante, soprattutto per quella sinistra salottiera e un po’ narcotizzata che ha trasformato l’anticonformismo in uniforme obbligatoria.
Adesso però qualcosa scricchiola. Perfino Francesco De Gregori, che certo non può essere arruolato tra i barricadieri conservatori, ha preso le distanze dal predicatore da stadio. In un’intervista al Corriere della Sera ha detto chiaramente di provare “imbarazzo” davanti agli artisti che dal palco impartiscono lezioni su Trump, Gaza o l’Iran, aggiungendo: “C’è bisogno che Springsteen dica la sua su Trump?”. E poi: “Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o sull’Iran”. Chiude: “È un ruolo che sento di non condividere”.
Sta a vedere che il vecchio muro della coschetta progressista —intellettualini furbetti, conformisti con la kefiah buona per tutte le stagioni, indignati a tariffa fissa — non stia lentamente cedendo. Prima Erri De Luca, ora De Gregori. Gente diversa, storie diverse, ma stessa insofferenza verso il cantante-oracolo che trasforma ogni concerto in un’assemblea studentesca con luci migliori.
Forse i cinesi avevano davvero ragione quando consigliavano di aspettare sulla riva del fiume. Con la convinione che prima o poi non il cadavere, ma il liquame passa.
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Bidoni della spazzatura
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