A Perledo, sul lago di Como, un gruppo di attivisti filopalestinesi ha deciso di contestare la costruzione di un resort di lusso progettato e realizzato dall’architetto israeliano Yehiel Tsubery. Fin qui, una normale protesta urbanistica. Il problema è che nei volantini compare anche lo slogan: «Il Lario non diventerà il resort del sionismo». A quel punto il dibattito sul consumo di suolo smette di riguardare il territorio e prende di mira la nazionalità e l’identità del proprietario.
Se il progetto è davvero una ferita alla montagna, si contesti il progetto. Se viola le norme, intervengano i giudici. Ma quando una protesta ambientalista diventa «il Lario non diventerà il resort del sionismo», il paesaggio scompare e resta solo il bersaglio: un israeliano, ovverossia un ebreo.
È un riflesso ormai automatico. Ogni cantiere, ogni impresa, ogni attività economica può trasformarsi in un processo politico, purché ci sia di mezzo Israele.Il cemento, in fondo, è solo un pretesto. L’antisemitismo contemporaneo ama travestirsi da tutela dell’ambiente.
Bidoni della spazzatura
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