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⌥ Il sionista senza permesso

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Nella nostra serie “INTELLETTUALI SENZA COLLARE” ci sono nomi giganteschi, roba come Orwell, Aron, Camus, Maritain, Niebuhr. Gente che ha pagato prezzi veri pur di non inginocchiarsi davanti alla moda ideologica del momento. A questo elenco bisognerebbe aggiungere anche Erri De Luca.

Fa un certo effetto dirlo oggi, dentro un recinto culturale popolato da registi, scrittori, attori — al maschile e al femminile, con buona pace dei vigilantes grammaticali — che passano metà della vita a firmare appelli collettivi e l’altra metà a controllare che nessuno li espella dalla tribù moralmente autorizzata. In quel mondo lì il conformismo viene spacciato per coraggio e il rischio massimo consiste nel perdere un invito a un festival.

De Luca invece ha fatto una cosa semplicissima e ormai scandalosa: ha parlato da uomo libero. Ha detto che è sionista. Ha detto che Israele ha diritto di esistere e di difendersi. Ha detto che Gaza non è un genocidio. E lo ha fatto sapendo perfettamente che, nell’Italia culturale di oggi, basta molto meno per essere trasformati in un appestato.

La cosa più interessante, però, non è nemmeno quello che ha detto. È il tono con cui lo ha detto. Senza vittimismo, senza ricerca di applausi, senza la smania adolescenziale di piacere alla curva. Con quella specie di disprezzo tranquillo che appartiene soltanto a chi non chiede permesso alle conventicole culturali. In tempi di intellettuali col guinzaglio, già questo basterebbe a renderlo una rarità.


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