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Gli Houthi a Bab el-Mandeb. E l’Arabia Saudita scopre di avere poche carte

I ribelli yemeniti hanno conquistato al-Mokha e sono avanzati fino all’isola di Perim, nel cuore dello stretto strategico. Le forze governative accusano Stati Uniti e Arabia Saudita di averle lasciate sole

Shira Navon

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Gli Houthi a Bab el-Mandeb. E l’Arabia Saudita scopre di avere poche carte
Iimmagine generata con AI

Sono bastati due giorni agli Houthi per cambiare gli equilibri nello Yemen occidentale e, potenzialmente, quelli di una delle rotte commerciali più importanti del mondo. I ribelli sostenuti dall’Iran hanno conquistato la città portuale strategica di al-Mokha e sono poi avanzati verso sud, prendendo Dhubab e l’isola di Perim, conosciuta anche come Mayyun, situata nel cuore dello stretto di Bab el-Mandeb.

La posizione conquistata dagli Houthi ha un valore strategico enorme. Perim si trova a circa venti chilometri dalle coste di Gibuti, sull’altra sponda dello stretto. Da lì, secondo esponenti delle forze yemenite che combattono gli Houthi, i ribelli potrebbero minacciare il traffico navale senza avere bisogno di missili o droni sofisticati. «Ora possono semplicemente utilizzare un cannone montato su un veicolo», ha spiegato alla CNN Amr al-Bidh, esponente del Consiglio di transizione del Sud.

Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quindi, attraverso il Canale di Suez, l’Asia con l’Europa. La sua importanza è diventata ancora maggiore dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha già provocato una forte crescita dei prezzi del petrolio. Un controllo più stretto degli Houthi sul Bab el-Mandeb rischia adesso di aggiungere una seconda strozzatura alla circolazione dell’energia e delle merci tra Asia ed Europa. Ma l’avanzata degli Houthi sta provocando anche una resa dei conti tra le forze yemenite, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.

Secondo quanto riferito alla CNN da un alto funzionario yemenita, durante l’offensiva contro al-Mokha i ribelli avrebbero impiegato «tutto ciò che avevano», lanciando successive ondate di combattenti insieme a missili balistici e altri armamenti. I comandanti yemeniti avrebbero quindi chiesto urgentemente una copertura aerea al Comando centrale americano, il CENTCOM. La risposta sarebbe stata rassicurante: Washington stava seguendo da vicino la situazione e l’intervento dell’aviazione saudita era in arrivo. Quell’intervento, sostengono però gli yemeniti, non è mai arrivato.

«Siamo scioccati dal fatto che l’aviazione saudita non abbia cercato di impedire la caduta di al-Mokha», ha dichiarato un alto funzionario yemenita all’Associated Press. Secondo una delle ipotesi avanzate a Sana’a, Riad potrebbe aver evitato di intervenire perché priva del via libera americano per effettuare nuovi attacchi nello Yemen. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe chiesto al presidente Donald Trump di colpire gli Houthi. Trump avrebbe però rifiutato di trascinare gli Stati Uniti in un nuovo intervento militare.

Durante una visita in Irlanda, il presidente americano ha fornito una versione ancora più significativa della posizione di Washington: «Gli Houthi ci hanno chiamato. Non vogliono combattere contro di noi».

Per l’Arabia Saudita il problema è particolarmente difficile. Riad ha già sperimentato per anni quanto sia complicato sconfiggere militarmente gli Houthi. Nel 2015 aveva formato una coalizione araba e avviato una vasta campagna militare per fermare l’avanzata dei ribelli e riportare al potere il governo yemenita riconosciuto internazionalmente. Migliaia di attacchi aerei, il blocco navale e il sostegno alle forze governative non sono riusciti a eliminare la minaccia.

Oggi un nuovo intervento sarebbe ancora più rischioso. Gli Houthi dispongono di armamenti più sofisticati rispetto al passato e hanno già dimostrato di poter colpire infrastrutture energetiche saudite. Inoltre, secondo Sherwan Ali, responsabile della ricerca sul Medio Oriente dell’ACLED, le disponibilità saudite di sistemi intercettori sarebbero diminuite a causa del conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Riad potrebbe naturalmente scegliere la strada diplomatica, trattando direttamente con gli Houthi oppure con Teheran. Anche questa soluzione presenta però costi considerevoli. I ribelli chiedono, tra le altre cose, la fine del blocco imposto allo Yemen, una concessione che potrebbe consentire loro di rafforzarsi ulteriormente. L’Iran, dal canto suo, avrebbe pochi motivi per favorire una stabilizzazione finché dalla crisi può ottenere concessioni dagli Stati Uniti.

Sul fondo resta la guerra civile yemenita, iniziata nel 2014. Dopo la caduta del presidente Ali Abdullah Saleh, travolto dalle proteste della Primavera araba, gli Houthi approfittarono della debolezza del nuovo governo e conquistarono Sana’a. L’Arabia Saudita interpretò quella avanzata come una minaccia diretta alla propria sicurezza e al proprio ruolo regionale e intervenne militarmente l’anno successivo.
Più di un decennio dopo, il problema che Riad cercava di risolvere è ancora lì. Anzi, è diventato più grande. Gli Houthi controllano territori, dispongono di missili e droni, sono sostenuti dall’Iran e ora hanno conquistato posizioni dalle quali possono esercitare una pressione diretta su uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta.

Per Mohammed bin Salman le alternative sono tutte scomode. Può tentare di respingere militarmente gli Houthi, rischiando rappresaglie contro il territorio e le infrastrutture saudite. Può cercare un accordo, pagando un prezzo politico e strategico elevato. Oppure può evitare di intervenire, accettando che un movimento legato a Teheran consolidi la propria presenza sul Bab el-Mandeb.

Ed è proprio questo il risultato più importante dell’offensiva. La conquista di al-Mokha e Perim offre agli Houthi qualcosa che va ben oltre un successo nella guerra civile yemenita: una leva sul commercio internazionale, sull’Arabia Saudita e, indirettamente, sugli Stati Uniti. Se Hormuz e Bab el-Mandeb diventassero contemporaneamente punti di crisi, le conseguenze uscirebbero rapidamente dai confini dello Yemen.