In una lettera a Il Foglio, Michele Magno ha stigmatizzato un evento da lui ritenuto «una faccenda seria»: la proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia di Naza (da Nezek Agavi, “danno collaterale”) è stata salutata dagli spettatori con una standing ovation durata mezz’ora, mentre in sala sventolavano festosamente bandiere palestinesi e venivano pronunciati ben noti slogan antisraeliani. Il documentario ha poi ottenuto il premio speciale della giuria.
Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, Naza – ha ricordato Magno – raccoglie le testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence e soldati dell’Idf per svelare, dall’interno, i meccanismi del deliberato sterminio di massa dei civili palestinesi a Gaza, anche se di quest’evento non si vede un’immagine. Il genocidio c’è stato, insomma, e i due registi (israeliani) lo denunciano senza mezzi termini.
Secondo Magno, poi, un documentario con questa tesi osannato dal pubblico e dalla critica rischia di essere più potente di mille discorsi deliranti à la Francesca Albanese, la quale continua a incassare cittadinanze onorarie, l’ultima delle quali le è stata riconosciuta – a suo perenne disonore – dal Comune di Marzabotto.
La storia si ripete anche al cinema. All’8ª Mostra di Venezia del 1940, il pubblico accolse con il medesimo entusiasmo la proiezione del film Süss l’ebreo, un caposaldo della cinematografia nazista. Il paragone riguarda, naturalmente, la reazione del pubblico e la trasformazione del consenso collettivo in una certificazione di verità, non l’identità dei contenuti delle due opere.
Ma ciò che offende di più è che nessuno si sia posto delle domande sull’autenticità di quelle interviste raccolte al buio da interlocutori anonimi. Il genocidio è divenuto una sorta di verità rivelata, tanto che nessuno può avanzare dubbi.
Non è stato sempre così nel caso di altre guerre. Ricordo come se fosse successo ieri gli esempi di malafede con cui venne commentata, in Italia e in pubblico, la strage di Bucha a opera dell’esercito russo. In particolare suscitò in me parecchio sdegno la performance televisiva di un ex inviato di guerra come Toni Capuozzo, il quale, nel corso di un intervento nella trasmissione Quarta Repubblica di Nicola Porro, mise in circolazione, fino a metterle in bocca a Lavrov, quelle che gli erano sembrate, sulla base della sua esperienza su numerosi fronti, le contraddizioni di una vicenda tutta da ricostruire.
«I tempi non tornano», sostenne Capuozzo rispondendo alle domande di Porro. Ad avviso del giornalista, infatti, il 30 marzo i russi se ne erano andati da Bucha e il 31 marzo, ovvero il giorno seguente la partenza, il sindaco Anatoly Fedoruk rilasciò un’intervista davanti al municipio annunciando la liberazione della cittadina, ma senza fare cenno del massacro.
«Nemmeno il 1° aprile, quando il video fu messo in onda da Ukraine 24 TV, si accennava a fatti tragici o drammatici avvenuti a livello locale, nonostante Bucha fosse una città di appena 28 mila abitanti. Possibile che nessuno – ecco la domanda maligna – abbia avvertito il sindaco dei morti per strada?».
«Il 2 aprile – proseguiva Capuozzo – un filmato della polizia ucraina mostrava le devastazioni della guerra a Bucha, ma era visibile un solo corpo, quello di un militare russo ai bordi della strada».
Poi ecco un ulteriore dubbio: secondo Capuozzo, le immagini dei morti cominciano a circolare soltanto il 3 aprile, apparentemente dal nulla, senza tracce di sangue e senza lenzuoli a coprire l’orrore dopo quattro (presunti) giorni di permanenza sul posto.
«Da dove sono saltati fuori?», si chiese il Toni nazionale, dandosi anche la risposta: se è vero che «i russi sarebbero capaci di compiere barbarie come l’apertura di stanze della tortura o l’uccisione di civili, lo stesso principio (in questo caso della manipolazione dell’informazione) potrebbe valere anche per gli ucraini».
«Il lavoro del giornalista – ribadiva l’ex inviato – è quello di andare a ricercare la verità dei fatti oltre le apparenze. Il risultato finale dell’orrore di questa guerra era indubbiamente lo stesso, ma anche gli ucraini con l’acqua alla gola e con la voglia di coinvolgere il mondo sarebbero stati capaci di mettere in piedi una messa in scena».
C’era poi una pennellata di orrore canino. Capuozzo si chiedeva come mai i cani randagi non si fossero cibati dei cadaveri, come aveva visto fare in occasione di altre guerre.
Ipse dixit. Salvo un problema. Se un giornalista si permettesse oggi di commentare Naza con le parole di Hegel a proposito della notte in cui tutte le vacche sono nere, sarebbe «crocifisso in sala mensa».