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RICORDANDO CON RABBIA. Solženicyn, ovvero quando il Gulag disturbava i compagni

Solženicyn aveva conosciuto i campi sovietici e ne aveva raccontato l’orrore. In una parte dell’Occidente la risposta fu il sospetto, il fastidio, talvolta il disprezzo. Perché certe verità diventano intollerabili quando obbligano a mettere in discussione la propria parte

Daniele Scalise

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RICORDANDO CON RABBIA. Solženicyn, ovvero quando il Gulag disturbava i compagni
Iimmagine generata con AI

C’è una fotografia ideale dell’intellettuale che ci piace conservare: l’uomo che sfida il potere, rompe il silenzio, pronuncia la verità quando tutti gli altri tacciono. Poi arriva Aleksandr Solženicyn e quella fotografia si incrina. Perché Solženicyn il potere lo aveva sfidato davvero.Aveva combattuto nell’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale. Nel 1945 era stato arrestato per avere criticato Stalin in alcune lettere private. Otto anni di detenzione, campi di lavoro, confino. Il Gulag non lo aveva studiato. Ci era entrato.

Quando nel 1962, durante il disgelo di Chruščëv, apparve Una giornata di Ivan Denisovič, l’Occidente scoprì uno scrittore capace di raccontare l’universo concentrazionario sovietico attraverso una giornata apparentemente qualsiasi di un prigioniero. Era già abbastanza. Poi arrivò molto di più.Arrivarono Il primo cerchio, Padiglione cancro e soprattutto Arcipelago Gulag.

A quel punto diventava difficile continuare a raccontare che il terrore sovietico fosse stato soltanto una degenerazione personale di Stalin, una parentesi tragica dentro un progetto fondamentalmente giusto. Solženicyn documentava qualcosa di assai più scomodo: repressione, deportazioni, lavoro forzato e annientamento degli oppositori erano penetrati profondamente nel sistema sovietico. L’arcipelago dei campi attraversava la storia dell’Urss.

Nel 1970 gli assegnarono il Nobel per la letteratura. Quattro anni dopo le autorità sovietiche lo arrestarono, gli tolsero la cittadinanza e lo espulsero dal Paese.Avrebbe dovuto essere il momento più facile per l’intellettualità occidentale: uno scrittore perseguitato da una dittatura, incarcerato, censurato, espulso dalla propria patria per avere raccontato ciò che aveva visto. E invece cominciò l’imbarazzo.

Una parte consistente della sinistra culturale europea aveva investito troppo nell’Unione Sovietica, o almeno nell’idea che il comunismo conservasse una superiorità morale rispetto al capitalismo occidentale. Le rivelazioni sullo stalinismo erano ormai impossibili da negare, certo.

Restava però un confine psicologico difficile da attraversare: riconoscere che l’uomo che raccontava il Gulag poteva avere ragione anche quando metteva sotto accusa qualcosa di più profondo della sola dittatura di Stalin. Così il testimone cominciò a diventare il problema.

Solženicyn era reazionario. Era nazionalista. Era religioso. Era ossessionato dall’Occidente. Era anticomunista – accusa curiosa, rivolta a un uomo che aveva trascorso anni nei campi comunisti. Le sue idee politiche, spesso davvero aspre e discutibili, diventarono uno strumento formidabile per spostare l’attenzione. Dal Gulag a Solženicyn. Dai carnefici al carattere del testimone.È un meccanismo che conosciamo bene.

Quando una testimonianza disturba il nostro sistema di convinzioni, abbiamo due possibilità: cambiare idea oppure screditare chi ci porta la notizia. La seconda costa molto meno.

In Francia la battaglia intorno a Solženicyn fu particolarmente importante. Arcipelago Gulag, pubblicato in Occidente alla fine del 1973, contribuì enormemente alla crisi dell’egemonia culturale marxista e comunista. Una generazione di intellettuali fu costretta a confrontarsi con una domanda fino ad allora elusa o addomesticata: quanto si poteva continuare a perdonare in nome della rivoluzione?

Anche in Italia la questione era esplosiva. Il Partito comunista italiano era il più grande dell’Occidente e attorno a esso esisteva un vastissimo mondo culturale. Molti avevano già preso le distanze dallo stalinismo; altri cercavano una via democratica al socialismo. Eppure Solženicyn restava un ospite scomodo. Accettare fino in fondo la sua testimonianza significava interrogarsi sulla radice stessa di un sistema che per decenni era stato guardato da milioni di europei come l’altra grande possibilità della storia.

Il conformismo culturale funziona proprio così. Raramente impone a tutti di pronunciare la stessa frase. È molto più raffinato. Stabilisce quali domande siano eleganti e quali volgari, quali vittime meritino solidarietà e quali creino imbarazzo, quali dissidenti siano eroi e quali diventino improvvisamente personaggi “controversi”.Solženicyn diventò controverso. Poi fece qualcosa di ancora peggiore: deluse coloro che avrebbero voluto trasformarlo semplicemente in un’arma antisovietica al servizio dell’Occidente.

Trasferitosi negli Stati Uniti, attaccò duramente anche le società occidentali. Nel celebre discorso pronunciato ad Harvard nel 1978 accusò l’Occidente di materialismo, conformismo, debolezza morale, perdita di coraggio. Non era il liberale perfetto che molti avrebbero desiderato accogliere come prova vivente della superiorità occidentale. Era un cristiano russo, conservatore, tormentato, spesso sgradevole, convinto che la libertà senza responsabilità morale potesse degenerare.

Alcune sue posizioni meritavano e meritano critica. Un dissidente non acquista l’infallibilità entrando in prigione.Il punto è un altro.Nulla delle idee discutibili di Solženicyn rendeva meno vere le baracche, la fame, gli interrogatori, le deportazioni, le condanne arbitrarie, i milioni di esseri umani passati attraverso il sistema concentrazionario sovietico. Eppure per una parte del mondo culturale discutere Solženicyn diventò un modo per evitare di discutere ciò che Solženicyn aveva rivelato.È questo che vale la pena ricordare con rabbia.

Perché la vicenda appartiene al passato e insieme parla perfettamente del presente. Ogni ambiente culturale possiede le proprie parole d’ordine, i propri riflessi condizionati, le proprie vittime preferite e le proprie verità sconvenienti. E ogni generazione di intellettuali è convinta di essere molto più libera della precedente. Quasi mai è vero.

Cambiano le piazze, cambiano le bandiere, cambiano le cause. Rimane la tentazione di decidere se una testimonianza sia credibile dopo aver controllato da quale parte politica arriva. Rimane la paura di essere espulsi dalla propria tribù. Rimane quella piccola domanda, silenziosa e terribile, che precede tante prese di posizione: che cosa penseranno i miei?

Solženicyn ci ha lasciato libri immensi. Ci ha lasciato anche una prova molto più semplice.

Quando un uomo esce da un campo di prigionia e racconta ciò che ha visto, la prima domanda dovrebbe riguardare il campo.Troppi intellettuali, invece, guardarono l’uomo.E cercarono qualcosa che non andasse in lui.