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Galveston, la via americana degli ebrei in fuga

Tra il 1907 e il 1914 il progetto di Jacob Schiff e Israel Zangwill cercò di offrire agli ebrei dell’Europa orientale una nuova porta d’ingresso negli Stati Uniti

Giuliana Iurlano

Tempo di Lettura: 6 min
Galveston, la via americana degli ebrei in fuga
Iimmagine generata con AI

Subito dopo il secondo congresso sionista dell’agosto 1898, Theodor Herzl – profondamente convinto della necessità di ottenere una “carta” dal sultano ottomano Abdülhamid II a garanzia dell’insediamento ebraico in Palestina – aveva intrapreso la strada dei contatti politici e diplomatici con i più importanti uomini di Stato europei e mediorientali, rendendosi perfettamente conto della loro necessità, rispetto a un’eventuale accelerazione del processo di colonizzazione già in atto con gli insediamenti in Palestina.

Herzl era convinto della necessità di un riconoscimento formale dello status nazionale degli ebrei e, pur di averlo, non rinunciò a patteggiare col potentissimo conte russo von Plehve, allo scopo di ottenere l’annullamento del suo decreto di interdizione di tutte le riunioni sioniste nell’Impero zarista, assicurandosi anche un amichevole intervento del governo russo presso il sultano.
La Palestina, per Herzl, non era l’unica soluzione al suo progetto e ne considerò anche altre provenienti da parte inglese. Tuttavia, un tentativo “territorialista” – con questo termine erano definite le proposte che vertevano sull’individuazione di un luogo ove far nascere lo Stato ebraico, come Cipro e l’Uganda – venne fatto anche negli Stati Uniti.

Nel 1905, un anno dopo la morte di Herzl, il settimo congresso sionista di Basilea accantonò definitivamente l’“opzione Uganda” e, di conseguenza, si ebbe una spaccatura nell’ambito della World Zionist Organization (WZO), mentre il gruppo sionista, capeggiato da Israel Zangwill, uscì dall’organizzazione per dar vita, insieme a David S. Jochelmann, alla Jewish Territorial Organisation (ITO). Gli ‘itoisti’ videro nell’accantonamento della proposta inglese dell’Uganda un vero e proprio tradimento del sionismo politico, nonostante ammirassero il coraggio dei pionieri ebrei che stavano già colonizzando la Palestina: li consideravano sionisti “pratici”, che, però, rischiavano di diventare irresponsabili avventurieri e di preparare la strada all’ennesima espulsione ebraica.

A parere di Zangwill, infatti, la Palestina senza una “carta” ufficiale non offriva alcuna sicurezza per mantenere il possesso della terra: «Sion senza il sionismo è un completo inganno. […] È meglio il sionismo senza Sion che Sion senza il sionismo», affermava Zangwill. Da questo punto di vista, gli itoisti si ponevano come i naturali continuatori della concezione herzliana del sionismo, che individuava il fondamento nazionale proprio nel popolo, in contrapposizione alla concezione tedesca e slava che vedeva, invece, nella terra e nel Volk la garanzia della “ebraicità” dell’insediamento. Era, perciò, necessario individuare quella che i territorialisti definirono come la “ITOland”, vale a dire un territorio adatto alla colonizzazione ebraica su basi organizzative autonome.

Quando a Zangwill si presentò l’occasione di entrare a far parte del progetto elaborato dal noto finanziere ebreo americano Jacob Schiff, egli colse immediatamente l’opportunità che gli si presentava. Schiff si era battuto molto per gli ebrei dell’Europa orientale, innanzitutto quelli rumeni e, poi, quelli russi dopo i terribili massacri di Kishinev. Schiff scrisse al presidente Theodore Roosevelt e al segretario di Stato Elihu Root perché intervenissero a favore degli ebrei massacrati in Russia, ma di fronte alla solita motivazione dell’impossibilità di intervenire negli affari interni di un altro paese, Schiff prese un’altra strada, quella di accogliere gli ebrei emigrati negli Stati Uniti e di “disperderli” all’interno del paese. Nell’ottobre 1906 la scelta cadde su Galveston, in Texas; il programma divenne operativo nel 1907. Zangwill con la ITO avrebbe gestito la parte europea del progetto e gli ebrei sarebbero stati indirizzati verso il porto di Galveston, da dove avrebbero potuto essere smistati per tutto il paese in base alle specifiche richieste di lavoro giunte dalle comunità dell’interno. Il loro sarebbe stato un vero e proprio continuous journey, proprio per evitare che si fermassero nel luogo d’arrivo. Lo stesso presidente Roosevelt era favorevole al progetto e si impegnò affinché venisse approvata una legge che rendeva Galveston una stazione per l’immigrazione.

Ma, nonostante la minuziosa preparazione, il piano Galveston non ebbe vita facile per una serie di ragioni. Anzitutto per la grave crisi finanziaria che gli Stati Uniti dovettero affrontare, sfociata in una recessione che fece diminuire notevolmente la domanda di lavoro da parte delle comunità locali, che si erano rese disponibili ad assumere gli ebrei. Alla fine del 1907, di conseguenza, gli sbarchi furono sospesi. Poi, le basi ITO vennero dichiarate illegali dalle autorità zariste e chiuse dal 1909 per un anno. A tutto ciò, s’aggiunsero le lamentele di molti immigranti per il trattamento subito in Germania, tanto che Clement I. Salaman, segretario onorario della ITO, fu costretto a raggiungere Brema per accertarsi della veridicità delle accuse. In effetti, si trovò di fronte a una situazione a dir poco disastrosa: trovò un ufficio piccolo, sovraffollato, poco ventilato e sporco, mentre gli alloggi lasciavano molto a desiderare, per non parlare del lungo viaggio affrontato per giungere a Brema: quasi tutti gli emigranti non avevano il ricambio d’abito e molti di loro si ammalarono di tracoma, una malattia infettiva degli occhi che avrebbe causato loro l’esclusione da Galveston.

La situazione peggiorò quando quattro immigrati provenienti da Kiev inviarono una lettera di protesta allo Yiddishes Tageblatt, quotidiano newyorkese in lingua yiddish, i cui lettori erano soprattutto ortodossi. I quattro ebrei, giunti a New Orleans provenendo da Galveston, denunciavano il trattamento subito: lì nessuno voleva assumerli né aiutarli a trovare lavoro. Dopo le proteste di Schiff, il giornale conservatore minimizzò le accuse, mentre il socialista Jewish Daily Forward attaccava gli organizzatori di Galveston, accusandoli di “fabbricare schiavi” per soddisfare i propri interessi economici.

La crisi più grave del Galveston Movement si manifestò a partire dalla metà del 1910, durante l’amministrazione Taft. I sussulti nativisti e le proteste degli old-stock Americans, gli americani di più antico insediamento, provocarono l’intervento della Commissione per l’immigrazione, che diede il via alla strategia delle deportazioni di numerosissimi nuovi immigrati, i quali furono, senza mezzi termini, rimandati indietro. Le difficoltà continuarono anche sotto il mandato di Wilson: nei primi mesi del 1914, la percentuale di esclusioni raggiunse i livelli più alti, con la conseguenza che il progetto di Galveston divenne sempre più impopolare tra gli ebrei russi. In una riunione dell’aprile di quell’anno, Schiff mise fine all’esperienza di Galveston. Egli sperava di poter riprendere il progetto, ma lo scoppio della guerra, quattro mesi dopo, sancì la fine del movimento e anche della speranza, mai abbandonata da Schiff fino alla sua morte, avvenuta nel 1920, di rilanciare, in forme diverse, il Piano Galveston, allo scopo di dimostrare la possibilità e l’efficacia di una politica di carattere liberale in materia di immigrazione.