In una pagina del suo diario (8 marzo 1956) Eisenhower sottolinea un dato centrale nella situazione del momento: «Gli arabi, assorbendo maggiori consegne di armi dai sovietici, stanno oggi divenendo sempre più arroganti ed indifferenti verso gli interessi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti nel Medio Oriente». Ma queste constatazioni erano sufficienti per modificare la politica del governo americano verso Israele?
Il 16 marzo 1956 Ben Gurion inviò una lettera ad Eisenhower in cui ribadiva che le armi a Israele rappresentavano l’unico, vero deterrente contro le minacce egiziane e per impedire una guerra generale in Medio Oriente; il primo ministro israeliano analizzava con spietato realismo la situazione: «La corsa agli armamenti è già in pieno sviluppo nell’area ma è unilaterale. L’Egitto riceveva armi dall’Unione Sovietica e dalla Gran Bretagna, l’Arabia Saudita e l’Iraq dagli Stati Uniti, e l’Iraq ancora e la Giordania dalla Gran Bretagna. A Israele soltanto sono negati i mezzi essenziali per la sua difesa». Nello stesso giorno Hoover inviava a Dulles un memorandum in cui si intravedeva un piccolo spiraglio nell’atteggiamento americano verso Israele. Innanzitutto, Hoover sottolineava a chiare lettere che Nasser rappresentava una crescente minaccia per la politica americana nel Medio Oriente; inoltre, per la prima volta, l’amministrazione americana ammetteva la possibilità che Israele si rifornisse di armi da alcuni Paesi occidentali, in particolare dalla Francia.
Qualche giorno dopo, Dulles riconobbe: «Se l’Egitto dovesse tentare di liquidare Israele, non vi sarebbe alcun dubbio che noi saremmo costretti alla guerra». Ma per il momento ribadiva che gli Stati Uniti non avrebbero fornito armi a Israele, anche se «non pensava che la stessa considerazione potesse essere applicata ad altri Paesi che storicamente avevano fornito armi a Israele». Israele utilizzò al meglio il “via libera” americano per avviare contatti con la Francia per l’acquisto di armamenti e si preparò, perciò, al confronto militare con l’Egitto di Nasser.
Dalla parte opposta dello schieramento, come si è detto, l’accordo sulle armi tra Egitto e Unione Sovietica mise in crisi la strategia americana per il Medio Oriente. Da quel momento la diplomazia americana perse l’orientamento, oscillando intorno a un’ipotesi che mancava, tuttavia, di una solida base concettuale: la possibilità di legare Nasser all’Occidente.
Il National Security Council fu costretto a rivedere la sua impostazione (documento 5428 del luglio 1954) alla luce dell’accordo sovietico-egiziano, giudicato dirompente per la situazione del Medio Oriente. Inoltre, si valutò la possibilità di una guerra preventiva da parte di Israele, la cui vittoria, ritenuta sicura da alcuni osservatori, sarebbe stata favorevole agli interessi americani, ma avrebbe spinto Egitto e Siria a legarsi ancora di più all’Unione Sovietica. Il documento del National Security Council si concludeva con l’affermazione che occorreva non alterare la situazione presente, perché la consegna di armi sovietiche all’Egitto e l’ingresso di Mosca nel Medio Oriente a fianco del più potente Stato arabo, l’Egitto, erano giudicati fatti politici che non comportavano un profondo riesame strategico da parte di Washington. Questa era la conclusione – profondamente errata – che si leggeva nel documento americano citato.
La posizione americana metteva in grande difficoltà Israele. Ben Gurion, nelle sue memorie, fu assai esplicito in proposito: «Il presidente Eisenhower ha detto che pace e giustizia sono inseparabili. E io voglio aggiungere: pace senza giustizia non può durare. Un paese che non protegga attivamente la propria sovranità, la propria sicurezza e i propri diritti non preserverà a lungo nessuna di queste cose». Israele era pronto a difendersi.