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Quando la caccia all’ebreo russo entrò nella politica americana

Alla fine dell’Ottocento Washington scoprì che la difesa degli ebrei dello zar poneva una questione nuova: i diritti umani potevano diventare materia di politica estera?

Giuliana Iurlano

Tempo di Lettura: 4 min
Quando la caccia all’ebreo russo entrò nella politica americana
Iimmagine generata con AI

Sin dall’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, i rappresentanti della Union of American Hebrew Congregations avevano richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica americana sulla situazione degli ebrei in Russia, in particolare sulle continue persecuzioni subite dai sudditi ebrei dello zar, di cui si era fatto portavoce l’ebreo americano Myer S. Isaacs, autore di un lungo memorandum inviato all’House Committee on Foreign Affairs, in cui descriveva le persecuzioni subite sia dagli ebrei russi sia dai cittadini americani di fede ebraica giunti nell’Impero per motivi commerciali. Intanto, sui giornali era partita una campagna di informazione e mobilitazione sull’argomento. Del resto, già prima della Guerra Civile, «The Israelite» aveva duramente criticato il dispotismo zarista, mettendo in discussione anche l’eccessivo spazio informativo che la stampa americana riservava alla Russia.

Nel 1882 – anno dell’introduzione delle May Laws, vale a dire quella serie di regolamenti antiebraici promulgati dallo zar Alessandro III e descritti come “temporanei”, anche se rimasero in vigore per più di trent’anni – era diventato ministro degli Interni il conte Dmitrij Tolstoy. Pur essendo un esponente fortemente reazionario, Tolstoy aveva perseguito una politica meno oppressiva rispetto a quella del suo predecessore, il conte Paul Ignatiev. Alla morte di Tolstoy, nel 1889, si sparse la voce che le May Laws sarebbero state applicate con maggiore fermezza: la notizia era riportata da alcuni giornali americani, come «The American Hebrew» e il «New York Times» e, naturalmente, suscitò timore e preoccupazione.


Il Dipartimento di Stato, su richiesta dei leader delle comunità ebraiche, avviò un’inchiesta attraverso la legazione americana a San Pietroburgo guidata da George W. Wurts, il quale smentì le voci di persecuzioni antiebraiche. In realtà, sia Wurts sia il Dipartimento di Stato erano fortemente contrari a scendere in campo a favore della comunità ebraica russa e mal sopportavano i solleciti dei leader ebreo-americani di avere informazioni più precise e corrette su quanto stesse accadendo. Wurts aveva risposto che la notizia di un inasprimento delle May Laws era stata negata “dalla più alta autorità russa”; anche quando in Russia fu inviato il nuovo rappresentante americano, Charles Emory Smith, questi continuò a sostenere che le voci di una recrudescenza delle persecuzioni antiebraiche erano del tutto infondate. Tutto ciò provocò proteste nei confronti del segretario di Stato, James Blaine, accusato di non aver verificato adeguatamente le informazioni giunte da San Pietroburgo.

Ben presto, ci si rese conto che la “questione ebraica” entrava di fatto nelle relazioni internazionali russo-americane dell’epoca, ponendo per la prima volta il problema dei diritti umani: si poteva protestare contro un paese che violava i diritti dei suoi sudditi o cittadini, oppure – come nel passato – tale questione riguardava solo la politica interna di quel paese? Inoltre, nei rapporti internazionali statunitensi, a quello della politica umanitaria cominciò ad affiancarsi un altro elemento, vale a dire il rilievo dato alle conseguenze, per l’America, del trattamento degli ebrei russi: c’era da aspettarsi, secondo l’opinione pubblica ebraico-americana, un esodo massiccio e incontrollabile verso il Nuovo Mondo da parte degli ebrei russi askenaziti. L’importanza di questo elemento non stava tanto nel merito – di per sé, l’argomentazione risultava alquanto debole, tenuto conto del fatto che la Russia sapeva bene che gli Stati Uniti avevano gli strumenti legali per regolamentare il flusso migratorio – quanto piuttosto nel fatto che la politica estera americana stava recependo gli umori dell’opinione pubblica ebraico-americana e, dunque, era costantemente in allerta.

Del resto, continuare a puntare soltanto sui principi umanitari, sostanzialmente estranei a paesi nei quali la tradizione democratico-liberale era completamente assente, non avrebbe condotto la Russia a cambiare direzione politica verso i suoi sudditi di religione ebraica, ma, anzi, avrebbe alla lunga fatto sorgere in essa il sospetto di un’inappropriata ingerenza nei suoi affari interni. Porre, invece, la questione sul terreno della reciprocità delle relazioni internazionali avrebbe potuto consentire – così sperava almeno il governo americano – di evitare qualsiasi sospetto di ingerenza e, nello stesso tempo, di proseguire sulla linea della diplomazia umanitaria che già in altre occasioni gli Stati Uniti avevano perseguito con un certo successo.