Con l’avvento dei repubblicani alla Casa Bianca, con l’elezione di Dwight D. Eisenhower alla presidenza degli Stati Uniti, Israele percepì immediatamente che qualcosa era radicalmente mutato nelle sue relazioni con gli Stati Uniti e che l’asse preferenziale americano si stava spostando in direzione dei paesi arabi: il segretario di Stato John Foster Dulles aveva abbandonato la politica di Truman di appoggio a Israele e stava tentando di migliorare le relazioni con gli arabi. I dirigenti israeliani si trovarono spiazzati di fronte al radicale e repentino revisionismo dullesiano, che preludeva a un vero e proprio ribaltamento delle alleanze americane nella regione, e la reazione fu di sconcerto e di angoscia.
Nella sua autobiografia, pubblicata nel 1977, Abba Eban fu chiaro in proposito: «Gli anni 1953-1956 rappresentano un periodo buio nella nostra memoria nazionale. Gli israeliani che sono impressionati dall’intensità dei nostri problemi odierni dovrebbero ricordare la straordinaria gravità della situazione di allora».
I risultati del viaggio di Dulles nel Medio Oriente (11-18 maggio 1953) non lasciavano presagire nulla di positivo per Israele, anche perché le conclusioni del segretario di Stato risentivano fortemente delle sue convinzioni sul pericolo comunista e sull’ostilità antiamericana nel mondo arabo, che Dulles attribuiva anche al sostegno di Washington a Israele. Di conseguenza, la posizione del Dipartimento di Stato andava definendosi nella direzione di una profonda revisione della politica americana nei confronti di Israele.
Le linee fondamentali di tale revisione si ritrovano in un documento americano del maggio 1953, articolato nei seguenti punti: Israele è uno Stato dall’esistenza incerta, bisognevole di assistenza finanziaria continua da parte degli Stati Uniti, che Washington tuttavia non è più disposta a concedere, se non in misura minima; Israele chiede armi in continuazione, ma possiede un arsenale militare superiore a quello di tutti gli Stati arabi messi insieme; Israele chiede di entrare nella “Middle East Defense Organization”, ma gli Stati Uniti devono tener conto dell’opposizione araba; il problema dei profughi arabi palestinesi va risolto con il risarcimento da parte di Israele e con la loro riammissione nel territorio israeliano. Infine, il Dipartimento di Stato nutriva serie preoccupazioni sui seguenti problemi: lo status di Gerusalemme, l’immigrazione di un grande numero di ebrei in Israele, l’ingresso degli ebrei dall’Unione Sovietica.
A partire dal 1953 si diffuse una sensazione di imminente mutamento nell’evoluzione della politica americana nel Medio Oriente. I fattori della guerra fredda si svilupparono progressivamente anche nella regione e conseguentemente il conflitto Est-Ovest finì per coinvolgere lo scontro arabo-israeliano. Il sostegno fornito dagli Stati Uniti a Israele, durante gli anni di Truman, fu ritenuto un danno non necessario alle relazioni arabo-americane, come sostenne chiaramente Dean Acheson, segretario di Stato durante la presidenza Truman. Con i repubblicani al potere si valutò che gli interessi americani nella regione potessero essere meglio tutelati da una politica di equidistanza tra Israele e i paesi arabi. Un’equidistanza, tuttavia, tra un solo paese, Israele, e l’insieme dei paesi arabi suoi nemici.
In definitiva, tre fattori determinarono il peggioramento delle relazioni israelo-americane: la crescente influenza del Dipartimento di Stato nel determinare gli indirizzi della politica mediorientale degli Stati Uniti; il peggioramento delle relazioni tra Israele e Unione Sovietica; la rivoluzione dei “Liberi Ufficiali” in Egitto nel luglio del 1952. Nel loro insieme, questi fattori complicavano le vicende del Medio Oriente, che si andavano configurando sempre più come scontro tra le due superpotenze. David Ben-Gurion così definì la situazione della regione: «Sembrava proprio che certe potenze si facessero concorrenza per essere le prime a tirare dalla propria parte i dittatori del Medio Oriente».