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Il futuro che Herzl vide prima degli altri

In Vecchia Nuova Terra il fondatore del sionismo politico trasforma in romanzo la società che immagina possa nascere in Eretz Israel. Un libro più importante per la storia delle idee che per la letteratura, restituito da Roberta Ascarelli in una traduzione cristallina, rigorosa e sorprendentemente emozionante

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 7 min
Il futuro che Herzl vide prima degli altri

Prima ancora che esistessero uno Stato, un esercito, una moneta, un parlamento, Theodor Herzl provò a immaginare come sarebbe stata la vita quotidiana degli ebrei tornati nella loro terra. Non gli bastava più aver sostenuto che quello Stato fosse necessario e possibile. Voleva vederlo. Voleva percorrerne le strade, entrare nelle sue case, osservare i suoi campi, le sue città, i suoi mezzi di trasporto, ascoltare le discussioni dei suoi abitanti. Voleva, insomma, anticipare la realtà attraverso l’immaginazione.

Da questa ambizione nasce Altneuland, Vecchia Nuova Terra, pubblicato nel 1902 e oggi riproposto nell’impeccabile traduzione di Roberta Ascarelli. Un romanzo singolare, perché la domanda che pone al lettore non è tanto se Herzl fosse un grande narratore – non lo era – quanto come sia stato possibile che un uomo, all’inizio del Novecento, riuscisse a vedere con tanta precisione alcuni contorni di un futuro che per quasi tutti i suoi contemporanei apparteneva al regno dell’impossibile.

Herzl aveva pubblicato nel 1896 Lo Stato degli ebrei, il testo nel quale aveva dato forma politica alla convinzione che la questione ebraica europea non potesse essere risolta attraverso la sola emancipazione e l’assimilazione. Un anno dopo, a Basilea, aveva convocato il primo Congresso sionista. Ma Altneuland nasce da un’esigenza diversa. Lo Stato degli ebrei argomenta, propone, organizza. Vecchia Nuova Terra mostra. Herzl vuole rendere visibile il futuro.

L’idea del romanzo lo accompagna già dalla metà degli anni Novanta e prende forma più concreta dopo il viaggio in Palestina del 1898. In una pagina del diario del 1895 aveva annotato un’intuizione rivelatrice: se il romanzo non si fosse trasformato in azione, l’azione si sarebbe trasformata in romanzo. È forse la migliore chiave per capire l’intera opera di Herzl. In lui letteratura e politica non sono mai completamente separabili. Il giornalista e il commediografo precedono il leader sionista, ma continuano ad abitare dentro di lui anche quando comincia a incontrare ministri, imperatori, sultani e diplomatici.

Il libro viene completato nel 1902, mentre Herzl conduce freneticamente la sua attività diplomatica e il movimento sionista comincia già a dotarsi di istituzioni, congressi, strumenti finanziari, giornali, strutture organizzative. Non immagina dunque dal nulla. Proietta nel futuro qualcosa che, almeno embrionalmente, esiste già.

L’espediente romanzesco è semplice. Friedrich Löwenberg, giovane intellettuale ebreo viennese deluso dalla società europea, decide di abbandonarla insieme a Kingscourt, un aristocratico prussiano americanizzato. I due passano dalla Palestina e poi si isolano per vent’anni su un’isola del Pacifico. Quando vi ritornano, nel 1923, trovano un paese trasformato. Ed è qui che il romanzo diventa veramente interessante.
Herzl vede città moderne, infrastrutture, agricoltura avanzata, tecnologia, elettricità, cooperative, istituzioni sociali, un’economia capace di coniugare iniziativa privata e solidarietà. Immagina una società ebraica che non sia semplicemente un rifugio contro l’antisemitismo, ma un laboratorio politico e civile. Lo Stato – o meglio, la “Nuova Società”, perché Herzl evita significativamente di costruire una macchina statale tradizionale – deve essere moderno, democratico, socialmente avanzato. E soprattutto non deve essere teocratico.

Uno dei nuclei politici più interessanti del libro riguarda proprio il conflitto contro chi vorrebbe attribuire privilegi politici agli ebrei e limitare i diritti dei non ebrei. Herzl immagina una società nella quale l’appartenenza religiosa non determini la cittadinanza e nella quale arabi ed ebrei partecipino alla vita comune con uguali diritti. Reschid Bey, personaggio arabo tra i più significativi del romanzo, non è presentato come un estraneo tollerato dalla società ebraica, ma come parte integrante della nuova realtà.

È una delle pagine che oggi si leggono con maggiore interesse, anche perché mostrano quanto più complesso fosse il pensiero di Herzl rispetto alle caricature alle quali viene spesso ridotto. La sua convinzione, certamente ottimistica e figlia del suo tempo, era che lo sviluppo portato dall’immigrazione ebraica avrebbe prodotto prosperità anche per la popolazione araba e avrebbe quindi favorito la convivenza. Sappiamo che la storia sarebbe stata infinitamente più tragica e complicata. Ma proprio la distanza tra previsione e realtà rende Vecchia Nuova Terra un documento politico di eccezionale interesse.

Herzl non fu un profeta nel senso ingenuo che talvolta gli si attribuisce. Molte cose non le vide, altre le immaginò diversamente da come sarebbero accadute. Ma ebbe una capacità straordinaria di trasformare una condizione storica – quella degli ebrei europei alla fine dell’Ottocento – in un progetto politico concreto. E in Altneuland compì un passo ulteriore: cercò di descrivere non soltanto dove gli ebrei avrebbero potuto vivere, ma come avrebbero potuto vivere. Persino il titolo contiene un intero programma.

Roberta Ascarelli, germanista di autentico valore che a Herzl e alla cultura ebraico-tedesca ha dedicato una parte importante del proprio lavoro, ha mostrato molto bene la complessità di quell’Altneuland: la terra è insieme antica e nuova, luogo della memoria e spazio del futuro. Herzl si ispirò anche al nome dell’antica sinagoga di Praga, la Altneuschul. Il paradosso linguistico diventa così politico: non si tratta semplicemente di restaurare un passato scomparso, ma di utilizzare quel passato per inventare qualcosa che non è mai esistito.

Non è casuale neppure la storia successiva del titolo. Nahum Sokolow, traducendo il romanzo in ebraico nel 1902, scelse Tel Aviv: tel, la collina formata dalle stratificazioni del passato, e aviv, la primavera. Vecchio e nuovo, ancora una volta. Pochi anni più tardi quel nome sarebbe stato scelto per la nuova città sorta accanto a Giaffa. È difficile trovare nella storia moderna un caso altrettanto suggestivo nel quale il titolo di un romanzo finisca letteralmente sulla carta geografica. Ed è proprio qui che il lavoro di Roberta Ascarelli acquista un valore particolare.

Tradurre Herzl è meno facile di quanto possa sembrare. La sua lingua deve continuamente passare dal racconto alla discussione politica, dalla descrizione al progetto, dall’ironia viennese all’enfasi visionaria. Il rischio è duplice: irrigidire il testo trasformandolo in un documento d’archivio oppure, al contrario, modernizzarlo fino a cancellarne la voce. Ascarelli evita entrambe le trappole.

La sua è una traduzione cristallina, limpida senza diventare piatta, rigorosa senza essere accademica. Ma soprattutto possiede una qualità più rara: restituisce il tono. Dietro il teorico del sionismo riesce a farci sentire lo scrittore, dietro il programma politico l’emozione dell’uomo che tenta di vedere un mondo che ancora non esiste. La prosa italiana conserva così l’energia dell’originale, la sua fiducia quasi febbrile nel progresso, persino quelle ingenuità che sarebbe stato sbagliato attenuare perché appartengono profondamente all’autore e alla sua epoca. Ascarelli non mette Herzl sotto vetro, tutt’altro. Gli restituisce vigore.

Ed è forse il merito maggiore di questa traduzione. Perché Vecchia Nuova Terra potrebbe facilmente diventare, nelle mani di un traduttore meno sensibile, un reperto venerabile e un po’ polveroso della storia del sionismo. Qui invece torna a essere ciò che Herzl voleva che fosse: un libro rivolto al futuro.

Non tutto quel futuro si è realizzato. Qualcosa si è realizzato in forme che Herzl non avrebbe immaginato. Qualcosa rimane ancora una promessa. E qualcosa, letto dopo il 1948 e dopo le tragedie attraversate da Israele, assume inevitabilmente un significato diverso. Resta tuttavia impressionante la forza di quell’uomo che, all’inizio del Novecento, mentre quasi tutti consideravano impossibile il suo progetto, ebbe l’audacia non soltanto di immaginare uno Stato per gli ebrei, ma di descriverne le strade, le città, le istituzioni, i conflitti politici, l’economia e persino le contraddizioni. In fondo è questo che rende ancora necessario Vecchia Nuova Terra. Non la sua perfezione letteraria, che non c’è e che sarebbe inutile cercare. Ma la potenza politica dell’immaginazione.

Herzl aveva capito una cosa essenziale: prima di costruire una realtà bisogna riuscire a pensarla. E qualche volta, molto raramente, accade che un uomo la pensi con tale forza da costringere la storia, almeno in parte, a raggiungerlo.