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Nel cuore oscuro della psicoanalisi

Freud, Jung, Spielrein e la «faccenda ebraica»: David Meghnagi rilegge la nascita della psicoanalisi facendo emergere ciò che per troppo tempo è rimasto sullo sfondo, il peso dell’antisemitismo, dell’identità e dell’Europa che si avvicinava all’abisso

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Nel cuore oscuro della psicoanalisi
Iimmagine generata con AI

Ci sono libri che aggiungono documenti a una storia conosciuta e libri che costringono a guardare quella storia da un punto di osservazione diverso. Freud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», pubblicato da Bollati Boringhieri, appartiene alla seconda categoria.

David Meghnagi prende una delle vicende fondative della cultura del Novecento – l’incontro, il sodalizio e infine la rottura tra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung – e vi introduce con forza una questione che troppo spesso è stata relegata sullo sfondo: l’ebraismo, l’emancipazione ebraica e soprattutto l’antisemitismo dell’Europa in cui la psicoanalisi venne alla luce.

Meghnagi arriva a questo libro dopo decenni di studio. Psicoanalista, studioso dell’ebraismo, della Shoah e dei processi della memoria, professore di psicologia clinica e dinamica all’Università Roma Tre, ha dedicato una parte considerevole della sua ricerca al rapporto tra Freud e la cultura ebraica. Già nel 1992 aveva affrontato il rapporto Freud-Jung, ripromettendosi di tornarvi collocandolo nel più vasto problema dell’emancipazione e dell’immagine dell’ebreo nella cultura europea. Questo volume è dunque il punto d’arrivo di un’indagine lunga, sedimentata, condotta con una conoscenza impressionante delle fonti e con l’acume di chi conosce la psicoanalisi dall’interno.

La domanda che percorre il libro è tanto semplice da formulare quanto difficile da affrontare: che cosa accade alla nascente psicoanalisi quando entra in contatto con la «questione ebraica»? Freud è ateo, diffida della religione e vuole assegnare alla propria scoperta una portata universale.

Eppure la sua appartenenza ebraica è profonda, esplicita, fonte di riflessione e di studio, materia vivente e non lettera morta. A volte persino troppo vivente perché lo obbliga a misurarsi con miti potenti e incancellabili, con strutture imprescindibili, con il linguaggio scritto e non scritto che abbiamo dentro. E quando dico ‘abbiamo’ mi riferisco a un noi occidentale, culturalmente cresciuto grazie a quel patrimonio morale che ci fa essere quel che siamo, che ci guida e a volte ci fa persino perdere. Freud vive nell’Europa dell’emancipazione incompiuta, dove agli ebrei vengono aperte porte che possono richiudersi improvvisamente e dove il pregiudizio continua a operare anche negli ambienti intellettuali più avanzati. Freud teme che la psicoanalisi venga liquidata come scienza ebraica. Anche per questo vede nel giovane Jung, svizzero e cristiano, l’uomo capace di portarla fuori dai confini della cerchia ebraica viennese. Nel 1910 Jung diventa presidente dell’Associazione psicoanalitica internazionale.

È qui che Meghnagi scava. Dietro le divergenze teoriche e le ferite personali che nel 1913 conducono alla rottura emergono concezioni dell’identità, della razza e dell’ebraismo che rendono il conflitto assai più vasto. Jung attribuisce agli ebrei una psicologia diversa, legata a una differenza razziale; negli anni successivi le sue formulazioni sull’inconscio «ebraico» e quello «ariano» e il suo atteggiamento iniziale verso il nuovo ordine culturale nazista apriranno una ferita destinata a non rimarginarsi. Meghnagi affronta questa materia senza trasformarla in un processo sommario: documenta, distingue le fasi, segue le ambivalenze, ricostruisce lettere e rapporti personali. Ed è proprio questa precisione a rendere più inquietante ciò che emerge.

Tra Freud e Jung compare poi Sabina Spielrein, forse la figura più dolorosa e affascinante del libro. Ebrea russa, dapprima paziente di Jung, poi sua amante, quindi psicoanalista e interlocutrice di Freud, Spielrein attraversa quella storia pagando insieme il prezzo dell’essere donna e dell’essere ebrea. Meghnagi le restituisce spessore intellettuale, sottraendola al ruolo quasi romanzesco della donna contesa fra due giganti. Nei suoi diari, nei carteggi, nella sua elaborazione teorica appare una personalità autonoma, capace di intuizioni che lasceranno tracce profonde nella successiva riflessione psicoanalitica.

Ed è qui, credo, la forza maggiore del libro. Meghnagi racconta poche decine di uomini e donne che discutono, litigano, si amano, si separano, fondano scuole. Dietro di loro, però, si muove un continente. La piccola guerra della psicoanalisi diventa la miniatura di una catastrofe europea: emancipazione e rifiuto, assimilazione e identità, emancipazione femminile e paternalismo, universalismo e razza. Sullo sfondo si avvicina l’abisso nel quale l’Europa precipiterà.

Meghnagi ha scritto un libro intenso, colto e ipnotico. La sua erudizione non è esibizione: serve a illuminare le zone d’ombra. E la sua esperienza di psicoanalista gli consente qualcosa di ancora più raro: leggere i documenti storici sapendo che nelle parole degli uomini agiscono anche paure, identificazioni, rimozioni, desideri di appartenenza. Così Freud, Jung e Spielrein tornano a essere uomini e donne del loro tempo. E quel tempo, osservato da vicino, assomiglia in maniera inquietante al laboratorio nel quale l’Europa preparava i propri demoni.