Ecco finalmente un libro che non piacerà né ai sostenitori di Benjamin Netanyahu né ai pro-Pal. Lo ha scritto Carlo Panella, giornalista che ha viaggiato a lungo come inviato in Medio Oriente e non solo, e può essere a buon diritto considerato un esperto della questione araba.
Chi vuole può consultare una sua ricca bibliografia, che risale almeno agli anni della Rivoluzione khomeinista in Iran. Sommando quelle esperienze, chi legga Israele. Lo Stato necessario. Il mondo non ne può fare a meno, paesi arabi inclusi (Rubbettino, 2026, 240 pp., 18 euro), non se ne pentirà, a meno che intenda cibarsi di propaganda. Le librerie, gli scaffali delle biblioteche e i siti Internet ne sono già pieni e francamente non se ne può più.
C’era anzi, comunque la si pensi, la necessità di confrontarsi con una tesi anti-Netanyahu, anti-coloni, anti-Ben Gvir, per argomentare che l’esistenza e la difesa dello Stato ebraico non sono scelte politiche di estrema destra. E non comportano né il «genocidio» della popolazione di Gaza o della Giudea e Samaria, né una risposta militare sproporzionata alle azioni belliche. Solo che alla retorica antisionista va opposta una ricostruzione fondata sugli avvenimenti storici. Panella, che ha studiato a fondo le dinamiche interne all’islam dai primi secoli, smonta uno per uno i luoghi comuni della storiografia che esalta le vittime di una presunta oppressione dell’imperialismo occidentale e del colonialismo.
Semmai erano stati gli arabi, sotto l’influenza dei Fratelli Musulmani, a scegliere il totalitarismo nazionalsocialista con il patto fra il Gran Muftì di Gerusalemme e il Führer del III Reich, Adolf Hitler. Salvo poi, sconfitta a caro prezzo la prospettiva ideologica che condusse alla Shoah, allearsi con l’Unione Sovietica affidandosi prima alla guida di Nasser e poi ad Arafat. Logiche fallimentari in tutte le occasioni, che non erano tali, cioè non potevano essere colte come opportunità. Quel che è mancato, e ha impedito di fare i conti con le tragedie passate, è stata la rielaborazione degli errori compiuti da parte palestinese. Quel che non manca, invece, è l’autocritica israeliana, che talvolta può essere confusa con debolezza e tal’altra è una frattura reale e profonda fra il sogno di Theodor Herzl, l’esperienza dei kibbutz, gli sviluppi dell’ebraismo ortodosso moderno e le derive ultraortodosse. Che rappresenta paradossalmente la pluralità delle risorse identitarie di un popolo, un doppione come «l’io antagonista di Gerusalemme» di Philip Roth in Operazione Shylock.