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Israele nel mondo, gli anni decisivi della nascita dello Stato ebraico

Nel nuovo libro di Antonio Donno, dalla lotta contro il Mandato britannico alla guerra del Sinai, Israele cerca il proprio posto negli equilibri della Guerra fredda

Jacopo Tonello

Tempo di Lettura: 4 min
Israele nel mondo, gli anni decisivi della nascita dello Stato ebraico

Il volume di Antonio Donno, Israele nel mondo, 1948-1956 (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2026, pp. 190), aggiunge un importante e significativo approfondimento allo studio della nascita e dello sviluppo dello Stato di Israele, argomento, questo, da sempre affrontato con grande levatura dallo studioso. In questo lavoro, egli si sofferma in particolare su quell’arco di tempo che comprende la nascita dello Stato ebraico e culmina con la crisi di Suez. Sono anni decisivi, sia per il posizionamento strategico delle grandi potenze in Medio Oriente all’inizio della Guerra fredda, sia per la costruzione vera e propria dello Stato ebraico, avvenuta tra mille difficoltà, sia per la definizione degli schieramenti internazionali (l’URSS, che riconosce subito Israele, e gli USA, che – grazie al coraggio del loro presidente, Harry S. Truman – superano gli ostacoli che si frappongono al riconoscimento dello Stato ebraico).

Alla fine della seconda guerra mondiale, il movimento sionista era ormai pronto al grande passo. L’aliyah continuava, portando incessantemente e clandestinamente gli ebrei in Palestina, mentre, prima ancora della fine della guerra, alcune organizzazioni sioniste avevano scelto la strada della lotta armata e del terrorismo contro la potenza mandataria, rea di ostacolare l’ondata migratoria ebraica. Sono anni difficili, quelli dal 1944 al 1947, caratterizzati dalla lotta armata contro i britannici, condotta con strategie differenti dall’Haganah, dall’Irgun Zvai Leumi e dal Lehi, noto anche come Banda Stern, azioni che sembravano spesso compromettere l’impegno profuso dalla Jewish Agency di Ben-Gurion e dall’azione diplomatica di Chaim Weizmann.

Tuttavia, quando la situazione internazionale subì una brusca virata a causa dell’interesse di Stalin di infiltrarsi nella northern tier (Iran, Turchia e Grecia), il presidente americano Truman varava, nel marzo del 1947, la sua politica di contenimento nei confronti dell’URSS, cosa che rimetteva in gioco l’egemonia americana in Medio Oriente e, di conseguenza, dava una efficace spinta alla costruzione dello Stato ebraico.

Ma la nascita di Israele scatenò la reazione degli arabi, che, con l’intervento degli eserciti di cinque Stati arabi, attaccarono Israele con l’intento di distruggerlo, poiché «l’esistenza di Israele è una sfida flagrante alla nostra filosofia di vita e agli ideali per i quali esistiamo». Non era passato nemmeno un giorno dalla sua nascita che lo Stato ebraico già si trovava ad affrontare una guerra vera e propria, che sarebbe stata definita «guerra di indipendenza». La vittoria israeliana fu netta ed estese il territorio sotto il proprio controllo, comprendendovi la Galilea e ampie parti del Negev. Ma era solo l’inizio di un lungo percorso bellico, che avrebbe portato alla guerra del Sinai con l’Operazione Kadesh. Gli Stati arabi, infatti, adottarono contemporaneamente due strategie: da una parte, il boicottaggio contro la presenza ebraica in Palestina; dall’altra, la dissuasione, nei confronti degli Stati «neutrali», dall’appoggiare Israele.

La fine della guerra, comunque, non pose termine alle violenze, che continuarono con infiltrazioni e attentati, scuotendo alle radici lo Stato ebraico, nonostante, a livello internazionale, venissero fatti tutti i tentativi per giungere a una vera situazione di pace. Cosa che, però, non accadde: mentre i rapporti tra Tel Aviv e Washington diventavano sempre più complicati durante la presidenza Eisenhower, dopo la morte di Stalin, una campagna senza precedenti contro l’antisemitismo del blocco orientale nel marzo del 1953 sollevò la reazione sovietica.

La politica estera di Israele – insomma, il suo ingresso «nel mondo» – procedeva, però, a piccoli passi, con accordi specifici con le singole potenze, come con l’Unione Sovietica, oppure a un livello «tiepido» con gli Stati Uniti, ma sulla scena internazionale, intanto, era comparso un altro nemico di Israele, il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, deciso a lanciare un attacco contro lo Stato ebraico. Israele decise però di rompere gli indugi e lanciare la campagna del Sinai contro l’Egitto, nel quadro dell’operazione concordata con Francia e Gran Bretagna. Anche Washington chiedeva il ritiro dell’esercito israeliano, cosa che avvenne progressivamente nei mesi successivi, fino al completamento del ritiro nel marzo 1957.

L’8 novembre, Ben-Gurion così parlò al suo paese, elencando i risultati raggiunti con il conflitto: «La distruzione delle forze che erano pronte a distruggerci; la liberazione del territorio della Patria che era stato occupato dall’invasore; e la sicurezza di libera navigazione nel Golfo di Eilat e nel Canale di Suez». La campagna del Sinai era terminata, ma la crisi del Medio Oriente era ben lungi dall’essere risolta.