Il 7 ottobre non finisce quando cessano gli spari e si spengono le sirene, perché continua nelle stanze delle case svuotate, nelle parole che cercano un senso e non lo trovano, nei giorni che scorrono con un prima e un dopo che non si ricompongono più. Il memoir di Rachel Goldberg-Polin si muove esattamente dentro questo spazio, dove il tempo si è spezzato e la vita ha cambiato forma, e lo fa con una forza che non lascia al lettore alcuna distanza di sicurezza.
“When We See You Again”, uscito negli Stati Uniti il 21 aprile, racconta i due anni che seguono il rapimento del figlio Hersh, ventitré anni, sequestrato durante l’attacco di Hamas al festival Nova e poi ucciso in prigionia nell’agosto del 2024 dopo 330 giorni di attesa. Dentro queste pagine non si trova soltanto il percorso di una madre che perde un figlio, ma anche il tentativo ostinato di tenere insieme ciò che resta quando la realtà si è frantumata sotto un colpo troppo violento per essere assorbito.
Goldberg-Polin scrive a partire da una consapevolezza che cresce mentre il dolore avanza, e che la porta a nominare con precisione quasi chirurgica ogni passaggio della sua trasformazione, dal “prima” della vita familiare a Gerusalemme, fatta di dettagli concreti e quotidiani, al “dopo” che inghiotte tutto e impone un’altra grammatica dell’esistenza. Il libro alterna ricordi luminosi, come le passeggiate del venerdì sera verso la sinagoga o i tratti fisici di Hersh raccontati con una tenerezza che sfiora il corpo, a momenti in cui il lutto diventa materia viva e quasi insopportabile, soprattutto quando la madre descrive il ritorno del corpo del figlio e le circostanze della sua morte.
Nel mezzo si colloca la battaglia pubblica della famiglia, che ha trasformato una tragedia privata in una richiesta globale di responsabilità, portando il volto degli ostaggi nei palazzi della politica internazionale e nelle piazze, con incontri con leader come il presidente americano Joe Biden e interventi che hanno dato una voce riconoscibile a una delle ferite più profonde aperte dal 7 ottobre. Quella esposizione, che molti hanno visto e commentato nei mesi più duri della guerra, acquista nel libro una dimensione più intima e complessa, perché viene raccontata dall’interno, con le esitazioni, le paure e la fatica di chi si muove in pubblico mentre dentro si consuma una perdita irreversibile.
Uno degli elementi più potenti del testo è il modo in cui Goldberg-Polin lavora sulla lingua, costruendo immagini che cercano di contenere ciò che sfugge a qualsiasi definizione, come il “camion a diciotto ruote” che travolge la famiglia o la sensazione di essere ricoperta di dolore, mentre la frase “la speranza è obbligatoria”, ripetuta durante la prigionia di Hersh, si carica col passare delle pagine di un peso diverso, meno consolatorio e più esigente, quasi un comando che resiste anche quando la realtà lo smentisce.
Il riferimento a Viktor Frankl attraversa il libro come un filo teso tra il passato e il presente, perché Hersh aveva fatto propria l’idea che un “perché” consenta di sopportare qualsiasi “come”, trasformandola in uno strumento di sopravvivenza condiviso con gli altri ostaggi nei tunnel di Gaza. Dopo la sua morte, quella stessa frase ritorna nelle parole della madre, che ammette di non sapere quale sia il senso di ciò che è accaduto e riconosce che la risposta, se esiste, resta immersa in un dolore destinato a non finire.
Il risultato è un memoir che supera i confini del racconto personale e si impone come documento di un passaggio storico ancora aperto, perché obbliga a guardare senza filtri la realtà degli ostaggi e le conseguenze di quella giornata che ha cambiato Israele e il modo in cui il mondo si rapporta a quella guerra. Leggendo queste pagine si ha la percezione che la distanza tra chi osserva e chi vive la tragedia si riduca fino quasi a scomparire, lasciando una domanda che resta sospesa e che riguarda tutti, anche chi pensa di poter restare fuori da quella storia.
Rachel Goldberg-Polin, il libro che inchioda il mondo al dolore del 7 ottobre